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Assegno di mantenimento ed elargizioni di terzi

del 19/07/2012

Assegno di mantenimento ed elargizioni di terzi

Come noto, nell'ordinamento italiano sussistono due tipi di separazione: la separazione giudiziale e quella consensuale. La prima può essere chiesta al giudice quando si verificano fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o tali da recare grave pregiudizio alla prole (cfr. art. 151 c.c.) e viene pronunciata con sentenza; la seconda risulta invece dall'accordo raggiunto dai coniugi, omologato con apposito decreto (cfr. art. 158 c. c.).

Volgendo l'attenzione alla separazione giudiziale viene in analisi l'art 156 c.c., primo e secondo comma, oggetto della sentenza della Cassazione n. 10380/2012, di seguito esaminata.

L'analisi imposta al giudice dal primo e secondo comma dell'art. 156 c.c. (che recita: “Il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall'altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri.”) è condotta con riguardo alla sola persona del coniuge cui non è addebitabile la separazione (chiamiamolo “beneficiario”) e avviene tramite due passaggi (sui quali cfr. Cass., 27 giugno 1997, n. 5762). Innanzitutto, bisogna accertare che il beneficiario non fruisca di redditi che gli consentano di mantenere un tenore di vita analogo a quello che aveva durante il matrimonio. In secondo luogo, è necessario stabilire se tra i coniugi, al momento della separazione, vi sia una disparità economica che giustifica l'imposizione dell'assegno dalla parte economicamente più forte a quella più debole.

Il secondo comma dell'art. 156 c.c. (che recita: “L'entità di tale somministrazione è determinata in relazione alle circostanze e ai redditi dell'obbligato”) presuppone invece che sia stato fissato a carico di uno dei coniugi l'obbligo di corrispondere l'assegno di mantenimento all'altro e si riferisce unicamente alle circostanze di ordine economico che possono influire sulla determinazione dello stesso, quali l'assegnazione al coniuge beneficiato e le maggiori spese alle quali può andare incontro per tale ragione il coniuge onerato, nonché ogni altro elemento fattuale di ordine economico, o comunque apprezzabile in termini economici, diverso dal reddito dell'onerato e suscettibile di incidenza sulle condizioni delle parti (cfr. Cass., 14 agosto 1997, n. 7630; Cass., 4 aprile 2002, n. 4800; Cass., 18 settembre 2003, n. 13747; Cass., 30 marzo 2005, n. 6712).

Il parametro che guida sia la disamina di cui al primo comma dell'art. 156 c.c., sia quella di cui al secondo comma del medesimo articolo, è quello della complessiva potenzialità economica dei coniugi durante il matrimonio, da determinarsi con un'oggettiva ricostruzione delle situazioni patrimoniali complessive di entrambi, tenuto conto anche dell'attendibile redditività del patrimonio esistente, nonché della capacità di spesa e delle garanzie di elevato benessere da esso derivanti (Cass., 19 marzo 2002, n. 3974; Cass., 22 ottobre 2004, n. 20638).

La sentenza in esame (Cass., 21 giugno 2012, n. 10380) riguarda la disamina di cui al secondo comma dell'art. 156 c.c. e, con riferimento al caso di specie, stabilisce che, per la quantificazione dell'importo dell'assegno di mantenimento, non devono essere tenute in considerazione le generose e costanti elargizioni del padre del marito, consistite nell'acquisto di un prestigioso appartamento per il figlio, destinato a casa della coppia, e in versamenti di denaro per importi superiori al reddito da lavoro percepito dal giovane. Il principio di diritto alla base di questa decisione è che le elargizioni liberali ricevute dall'obbligato e provenienti da terzi, come i suoi genitori, ancorché regolari e protrattesi anche dopo la separazione, non sono rilevanti al fine di determinare le circostanze e i redditi del coniuge obbligato a corrispondere l'assegno di mantenimento.

Infatti, sarebbe decisivo il carattere liberale e non obbligatorio di tali aiuti, che impedisce di considerarli reddito dell'obbligato. Ciò a dire che le elargizioni liberali – le donazioni – non potranno mai costituire una fonte di reddito permanente, costante, definita, e dunque non potranno rientrare nel calcolo della capacità reddituale del nucleo famigliare.

Inoltre, troverebbe applicazione la disciplina stabilita per gli analoghi aiuti ricevuti dal coniuge cui spetta l'assegno di mantenimento, la quale risulterebbe ormai influenzata dall'orientamento giurisprudenziale che nega rilevanza a tali elargizioni liberali (Cass., 18 luglio 2003, n.1224 e 13 marzo 2009, n. 6200 in tema di separazione, nonché Cass., 7 maggio 1998, n. 4617, 4 aprile 2011, n. 7601 e 9 settembre 2002, n. 13060 in tema di divorzio).

Ebbene, a parere dello scrivente (ed in contrasto con quanto affermato dalla Cassazione), il carattere liberale delle elargizioni in questione non parrebbe, in verità, elemento sufficiente a poter escludere la rilevanza di dette elargizioni in sede di separazione.

Ed infatti, già lo stesso dettato dell'art. 156 secondo comma c.c. confermerebbe tale circostanza, non limitandosi a menzionare i redditi dell'obbligato, ma considerando anche quelle “circostanze”, espressione indeterminata volta a includere tutti quei fatti che incidono sulle condizioni economiche delle parti, ed a maggior ragione quando questi fatti, come nel caso di specie, hanno avuto una portata rilevantissima (per non dire preminente) nella qualità della vita dei coniugi.

In particolare, con riferimento alle elargizioni la norma richiamata sembra porre l'accento sul risultato finale, ossia sull'aumento delle disponibilità del beneficiario che gli permetterebbe di elevare il proprio tenore di vita; al contrario non pare che il carattere liberale o meno della medesime possa assumere alcun rilievo, perché gli effetti patrimoniali prodotti sono identici in entrambi i casi.

Invece, l'elemento rilevante è la regolarità o meno dell'aiuto fornito: solo una prestazione regolare e continua può influire in maniera “certa e stabile” (e, quindi misurabile anche in sede giudiziaria) sul tenore di vita dell'interessato (Cass. 26 giugno 1996, n. 5916).

Anche le pronunce citate dalla Corte di Cassazione a sostegno della propria impostazione non sembrano del tutto pertinenti, prendendo le mosse da fattispecie per certi aspetti differenti da quella trattata dalla decisione del 2012.

Ad esempio, nel caso deciso dalla Cassazione nel 2003 con la sentenza n. 11224, riguardante un caso di separazione dei coniugi, questi ultimi sono stati mantenuti per tutta la durata del matrimonio dai genitori di lei, ma, secondo il giudice delle leggi, i coniugi non possono essere esonerati totalmente dall'obbligo di assistenza derivante dal matrimonio (anche se, di fatto, privi di reddito autonomo). L'assegno di mantenimento ha infatti proprio la funzione di non interrompere, neanche a seguito della separazione, la solidarietà coniugale. Si tratta di una situazione ben diversa da quella in cui l'aiuto è fornito non alla coppia nel suo complesso ma a uno solo dei coniugi e, determinando variazioni nell'assetto patrimoniale del beneficiario, importa una diversa quantificazione dell'assegno da lui dovuto.

L'esonero dall'obbligo di corrispondere l'assegno di mantenimento (e non l'aumento dell'importo del medesimo, come nella vicenda in discussione) è oggetto anche della sentenza della Suprema Corte n. 6200 del 2009, nella quale viene in analisi il diritto spettante alla moglie, separata dal marito, di usare l'abitazione in proprietà di sua madre. Ancora una volta la motivazione sembra soffermarsi sulla perdurante sussistenza della solidarietà materiale tra i coniugi; non sembra invece che l'attenzione sia concentrata sull'eventuale disparità tra la condizione economica reale dell'obbligato e quella posta dal giudice a base della propria decisione, disparità che deriverebbe dalla mancata considerazione di alcuni elementi del suo patrimonio, quali, appunto, le elargizioni liberali dei genitori.

Non sembrerebbero decisive neanche le ultime tre sentenze citate, che si riferiscono al differente caso del divorzio, nel quale la disciplina applicabile è costituita non dall'art. 156 c. c., ma dall'art. 5 della legge n. 898 dell'1 dicembre 1970 (come modificato dalle legge 1 agosto 1978 n. 436 e 6 marzo 1987, n. 74).

Inoltre, il giudice del divorzio sarebbe tenuto a verificare i presupposti per l'attribuzione dell'assegno e determinare in concreto la sua misura sulla base di una valutazione nuova e autonoma rispetto a quella operata al momento della separazione, dal momento che “diverse sono le rispettive discipline sostanziali, così come diversi sono la natura, la struttura e la finalità dei relativi trattamenti”. In altre parole l'assetto economico relativo alla separazione può costituire soltanto “un indice di riferimento nella regolazione del regime patrimoniale del divorzio, nella misura in cui appaia idoneo a fornire elementi utili per la valutazione delle condizioni dei coniugi e dell'entità dei loro redditi” (sulla questione cfr. Cass., 27 luglio 2005, n. 15722; Cass., 9 maggio 2002, n.6641 e Cass., 11 settembre 2001, n. 11575).

Il richiamo alle decisioni della Cassazione n. 4617 del 1998, 7601 del 2011 e n. 13060 del 2002 è quindi il prodotto della deprecabile tendenza, manifestatasi frequentemente nella prassi dei tribunali, a rendere l'assegno divorzile una mera proiezione dell'assegno di mantenimento, destituendo così nella prassi di ogni autonoma valenza il giudizio di divorzio.

In ogni caso, anche entrando nel merito delle decisioni appena menzionate e partendo dalla n. 4617 del 1998, le conclusioni non variano. In tale pronuncia la circostanza del possesso di un considerevole patrimonio da parte del padre della moglie, con il quale la stessa vivrebbe, non risulta dalla sentenza di secondo grado. Inoltre, il principio secondo il quale la solidarietà di terzi, seppure parenti, non fa venir meno né attenua l'obbligo primario del coniuge obbligato è enunciato in maniera del tutto generica, senza alcun riguardo al carattere di regolarità della prestazione erogata, che al contrario, come accennato, è di estrema importanza.

Nella sentenza n. 13060 del 2002 la Cassazione ritiene che l'intervento dei terzi, i quali con il loro apporto incrementano il patrimonio familiare non può rappresentare un contributo personale ed economico alla conduzione familiare ai sensi dell'art. 5 della legge n. 898 del 1970, che deve invece provenire direttamente da uno dei coniugi. Tuttavia, la Suprema Corte considera implicitamente il medesimo intervento dei terzi nel giudizio che mira a stabilire la sussistenza di un apprezzabile divario tra il tenore di vita presente durante il matrimonio e quello attuale.

Infine, l'argomentazione proposta dai giudici di legittimità nella decisione n. 7601 del 2011 è molto simile a quella già esaminata con riferimento alla pronuncia n. 4617 del 1998; oltretutto anche in questa decisione la prova delle presunte attribuzioni patrimoniali alla moglie non risulta completamente raggiunta.

Quanto esposto solleva alcune perplessità sulla recente presa di posizione della Cassazione, che portano a capovolgere il ragionamento dalla stessa adottato, attribuendo rilievo alle elargizioni del padre del marito obbligato a corrispondere l'assegno di mantenimento, che, proprio per la loro regolarità e costanza, sono senz'altro in grado di incidere sul patrimonio a sua disposizione.

Altrimenti vi sarebbe una disparità di trattamento tra l'obbligato che lavora e consegue il relativo reddito e l'obbligato che, pur non lavorando, gode di consistenti aiuti familiari.   

Avv. Paolo Fortina

NL Studio legale

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