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Grecia fuori dall'euro: quali sarebbero le conseguenze

Grecia fuori dall'euro: quali sarebbero le conseguenze
La grave crisi finanziaria della Grecia non si è risolta neppure con l’accordo dello scorso febbraio nel quale i creditori hanno accettato una perdita del 75% sui titoli di stato (206 miliardi) e il nuovo European Financial Stability Fund si è impegnato a versare un finanziamento di 100 miliardi. Nonostante gli interventi di liquidità esterna, la crisi da finanziaria è diventata economica e politica, ha portato a nuove elezioni le quali non hanno creato una coalizione in grado di formare un governo. Ora si sta giocando una partita di poker nella quale entrambe le parti sembrano minacciare un’uscita del paese dall’unione monetaria e un ritorno alla valuta locale, la dracma.
Se ciò avvenisse, se la Grecia dichiarasse fallimento (default) quali sarebbero le conseguenze per gli altri paesi dell’area euro?
La principale conseguenza sarebbe la perdita di credibilità della moneta unica. Il trattato dell'Unione europea prevede che un Paese membro possa uscire dall'Unione europea anche senza motivazioni particolari. Non è chiaro invece come il paese uscente possa tornare alla sua moneta nazionale. Un precedente Grecia andrebbe a indebolire l’intero impianto dell’EMU (European Monetary Union) rispetto al giudizio dei mercati finanziari. I paesi dell’area euro avevano adottato la stessa moneta, rinunciando alla sovranità monetaria proprio per non subire più attacchi speculativi sulla valuta, basati su ipotesi di svalutazioni competitive, come quelle usate in passato più volte dall’Italia.
L’uscita della Grecia sarebbe interpretata come l’anticamera della disgregazione dell’area euro, se altri paesi si convincessero ad abbandonare gli impegni e il rigore per potere riacquistare la libertà di stampare moneta. Tutto questo potrebbe causare un’indebolimento del debito pubblico degli altri paesi periferici (Spagna, Portogallo, Italia, Irlanda): la salita degli spread e dei tassi renderebbe più costoso sostenere il debito pubblico e meno credibile il programma economico e di rigore varato dai rispettivi governi.
Uno scenario di questo tipo costringerebbe la BCE ad acquistare in modo illimitato i titoli dei paesi periferici. L’intervento "esterno" servirebbe per evitare una spirale viziosa esattamente contraria a quella che aveva favorito l’ingresso nell’EMU: bassi tassi d’interesse e bassa inflazione diventerebbero l’esatto opposto.
Senza interventi della BCE, l’uscita della Grecia metterebbe sotto forte pressione il nostro sistema economico, fragile dopo quattro anni di crisi economica. Già ora gli alti tassi d’interesse richiesti dalle banche - causati dall’impennata sui costi di raccolta - stanno penalizzando notevolmente le imprese, sia nel confronto con i concorrenti francesi e tedeschi, sia provocando ulteriore erosione dei margini e dell’autofinanziamento. Il default della Grecia causerebbe pesanti perdite alle banche internazionali, il contagio finanziario si estenderebbe dalle banche tedesche e francesi che posseggono titoli greci, alle banche italiane. Va tenuto conto che il sistema bancario italiano si presenta indebolito a un’ipotesi di rottura dell’euro avendo in questi mesi perso parte della raccolta netta sull’estero, con la quale finanziava l’eccesso di impieghi rispetto ai depositi raccolti dalla clientela italiana. Il rischio potenziale di uscita dell’Italia dall’euro tenderebbe a prosciugare questa raccolta, lasciando le nostre banche con una pericolosa esposizione verso lo stato italiano, che si è ulteriormente incrementata negli ultimi mesi.
Con il sistema di intermediazione creditizia di fatto bloccato, costretto a ridurre rapidamente e in modo significativo i finanziamenti alla clientela, il nostro sistema economico perderebbe ogni capacità di ripresa e il piano di rientro del debito pubblico non sarebbe più sostenibile con le attuali entrate fiscali.

Dott. Fabio Bolognini
Linker Srl

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