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False fatture per appalti, sequestro per equivalente

del 31/05/2013
di: Debora Alberici
False fatture per appalti, sequestro per equivalente
È soggetto a sequestro per equivalente ai sensi della «231» il patrimonio della società il cui rappresentante legale ha presentato false fatture e documentazione contabile irregolare per vincere un appalto.

Lo ha stabilito la Suprema corte di cassazione con la sentenza n. 23551 del 30 maggio 2013.

Fra l'altro, si evince dalla breve motivazione, è del tutto irrilevante che le accuse siano state mosse all'amministratore e quindi non al titolare diretto dei beni e cioè l'impresa.

La vicenda riguarda una srl di Bari i cui vertici erano stati accusati di aver presentato fatture false, falsa documentazione contabile e amministrativa alle banche per ottenere anticipazioni in relazione a un contratto di appalto.

Per questo erano finiti nel mirino degli inquirenti i vertici dell'impresa con l'accusa, fra l'altro, di truffa. Ma non solo: le autorità avevano spiccato un sequestro per equivalente ai sensi dell'articolo 19 del dlgs 231 del 2001 sui conti correnti e postali della società.

Il Tribunale del riesame ha confermato il sequestro. Contro questa decisione il manager ha presentato ricorso in Cassazione ma senza successo.

Ad avviso della difesa, presupposto per il sequestro preventivo, funzionale alla confisca per equivalente o per valore era il fatto che nella sfera giuridico-patrimoniale dell'indagato per uno dei reati per i quali la misura ablatoria era consentita non fosse rinvenuto, per qualsiasi ragione, il prezzo o il profitto del reato per cui si procedeva e che i beni da sequestrare non appartenessero a persona estranea al reato, condizione, quest'ultima, comune a tutte le ipotesi di confisca. Pur non occorrendo accertare il nesso di pertinenza con il reato, sarebbe stato comunque necessario individuare tale rapporto «a monte», considerando il rapporto tra l'ipotizzato prezzo o profitto del reato e la stessa fattispecie criminosa per cui si procedeva. Il giudice di riesame, invece, non aveva in alcun modo affrontato il tema della dei beni da parte del manager.

La quinta sezione penale lo ha infatti ritenuto inammissibili confermando l'intero impianto accusatorio costruito dalla procura e avallato dal riesame.

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