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Casse sociali dissipate? Al socio unico costa caro

del 18/04/2013
di: Cinzia De Stefanis
Casse sociali dissipate? Al socio unico costa caro
Reato di bancarotta fraudolenta per l'amministratore unico e socio unico di una Spa che distrae, distrugge e dissipa il patrimonio sociale. L'elemento oggettivo del reato (articolo 216, 1 comma, legge fallimentare) rimane integrato dalla semplice condotta distrattiva, operata in danno della società dichiarata fallita. Questo è quanto contenuto nella sentenza del 16 aprile 2013 n. 17355 della Corte di cassazione (sezione penale). La Cassazione ricorda la ricorrenza dei gravi indizi dell'attività distrattiva evidenziando come il socio/ amministratore unico abbia utilizzato le casse sociali, tanto per acquistare beni e servizi che con la spa non avevano a che fare, quanto per sponsorizzare, con oltre 16 milioni di euro, una società calcistica di serie B (poi serie C), società (e non è fatto trascurabile) che era già stata acquistata dal socio/amministratore unico, il quale, dunque, stava finanziando, in tal modo, una attività comunque a lui riferibile. E a supporto di questa tesi i giudici ricordano le spese folli compiute dall'amministratore: «Il leasing di un lussuoso appartamento», adibito ad abitazione dell'indagato, gli esborsi per la ristrutturazione/manutenzione del predetto appartamento, l'acquisto di autovetture di lusso e di prestigio, quali «Ferrari, Porsche Cayenne», «l'acquisto di un'imbarcazione». I giudici di cassazione sostengono che si tratta, evidentemente, di beni che difficilmente possono essere posti in relazione con le esigenze aziendali. E come il socio/amministratore unico non facesse sostanziale differenza fra i suoi fondi personali e i fondi della società di cui era amministratore unico e (non va trascurato) da un certo momento in poi, presidente del consiglio di amministrazione. Gli Ermellini, confermano la condanna nei confronti dell'uomo per aver dissipato il patrimonio della societario. Unica punto aperto, è quello relativo alla misura cautelare adottata: secondo i giudici di primo e di secondo grado è legittimo il ricorso alla «carcere», ma per i giudici della Cassazione va valutata meglio l'ipotesi degli «arresti domiciliari.

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