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Imposta di registro, fa capolino l'abuso di diritto

del 18/04/2013
di: Giuseppe Galeano
Imposta di registro, fa capolino l'abuso di diritto
Legittimità del disconoscimento della forma contrattuale utilizzata a favore dell'effetto reale e sostanziale che si è ottenuto con la pluralità di atti in discussione. E applicabilità del principio di abuso di diritto. Con un'ordinanza del 19 marzo 2013 (n. 6835) la Cassazione torna sull'elusività dell'imposta di registro nei casi di conferimento in azienda e successiva cessione delle partecipazioni applicando il principio di abuso del diritto, già escluso dal legislatore sotto il profilo delle imposte dirette, sotto il profilo delle imposte di registro. Nel caso di specie, i soggetti conferitari erano anche i contestuali acquirenti finali delle partecipazioni rinvenienti dal conferimento, realizzando di fatto una identità delle due operazioni oltre che sotto il profilo temporale, anche da un punto di vista soggettivo. Tale presunta identità soggettiva potrebbe essere particolarmente rilevante al fine di limitare la portata dell'ordinanza.

La posizione assunta dalla Corte con riferimento all'interpretazione dell'art. 20 del T.u. registro, che nella sostanza volge a contrastare le costruzioni giuridiche caratterizzate da una pluralità di atti tesi al raggiungimento di un risultato giuridico che avrebbe potuto essere ottenuto per via diretta, desta perplessità, in quanto darebbe «preminenza assoluta alla causa reale sull'assetto cartolare», disconoscendo il contenuto giuridico degli atti, a favore dell'effetto economico che gli sessi producono. In assenza di norme tributarie che dispongano diversamente, gli effetti giuridici devono coincidere con gli effetti civilistici dei medesimi atti limitando, quindi, l'eventuale ricostruzione, da parte degli uffici, alla reale natura giuridica degli atti stessi. Se, quindi, si potesse disconoscere un conferimento che il contribuente dichiara come «azienda» seppure il vero oggetto sia un complesso di immobili non suscettibile di produrre reddito, non dovrebbe essere consentito agli uffici tributari considerare i soli effetti economici di una transazione al fine di definire il contenuto di un atto, in quanto tale comportamento potrebbe essere foriero di errori grossolani a danno del contribuente.

Occorre, infatti, sottolineare che gli effetti giuridici prodotti dal conferimento di azienda e dalla successiva cessione della partecipazione sono profondamente diversi dagli effetti giuridici prodotti dalla cessione di azienda, ad esempio in relazione ai profili di responsabilità verso i terzi, con riferimento ai quali, nel caso di acquisto di azienda, l'acquirente risponde con tutto il proprio patrimonio. Nel caso dell'ordinanza della Cassazione l'applicabilità del cosiddetto «abuso di diritto» sembra essere collegato all'identità tra conferente e acquirente delle partecipazioni che, nel caso di specie, potrebbe consentire l'ottenimento di un beneficio fiscale che non sarebbe ottenibile tramite una operazione di cessione di azienda. Se però si considera che l'utilizzo di operazioni di conferimento e successiva cessione delle quote è una costruzione giuridica abituale proprio per favorire la dismissione delle partecipazioni, anche se non totalitaria, a favore di un soggetto terzo che è interessato al complesso aziendale oggetto di conferimento, ma vuole legittimamente limitare la propria responsabilità nei confronti dei terzi attraverso l'utilizzo di strumenti giuridici del tutto leciti e se si considera che lo stesso legislatore fiscale ha ammesso l'utilizzo di tali strumenti giuridici sancendo la non applicazione, ai fini delle imposte dirette, del principio di elusività di cui all'art. 37-bis del dpr 600, occorre di conseguenza prendere atto che il principio di abuso del diritto, la cui applicabilità è stata esclusa dal legislatore sotto il profilo delle imposte dirette, non possa e non debba essere applicato sotto il profilo dell'imposta di registro, perché diversamente, minerebbe la certezza del diritto.

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