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Disturbo da rumore e tollerabilità

del 24/10/2014

Disturbo da rumore e tollerabilità

Da circa 40 anni è prassi usuale l'impiego del cosiddetto “criterio di normale tollerabilità” per lo studio dei fenomeni di disturbo acustico. Questo metodo è fallace sotto molti punti di vista e deve quanto prima essere rivisto, rielaborato e sostituito. Sarebbe auspicabile che per la sua revisione si assumessero come piattaforma strutturale i criteri dei decreti attuativi della L. 447/1995 per l'analisi di tutti i fenomeni inerenti la stima del “disturbo acustico”, criteri che si presentano se non altro più articolati e definiti rispetto alla situazione attuale.

“Normale tollerabilità”? Di che si parla?

Il cosiddetto “principio di normale tollerabilità” riferito al disturbo da rumore (ma non a quel solo ambito) trova la sua origine nell'art. 844 del Codice Civile che recita: “Il proprietario di un fondo non può impedire le immissioni di fumo o di calore, le esalazioni, i rumori, gli scuotimenti e simili propagazioni derivanti dal fondo del vicino, se non superano la normale tollerabilità , avuto anche riguardo alla condizione dei luoghi . Nell'applicare questa norma l'autorità giudiziaria deve contemperare le esigenze della produzione con le ragioni della proprietà. Può tener conto della priorità di un determinato uso.” Tale enunciato, di per se stesso semplice ed intuitivamente chiarissimo, trova nella sua pratica applicazione uno scoglio quasi insormontabile e cioè una definizione chiara e condivisa del concetto di “normale tollerabilità”, la quale, almeno nell'ambito strettamente acustico (e dell'esposizione a vibrazioni) non è mai stata né enunciata, né, tantomeno discussa e condivisa. L'assenza del supporto di basi scientifiche conclamate che facciano capo a studi che abbiano come obiettivo la quantificazione, almeno in senso statistico, se non perfettamente metrologico, di quello che si potrebbe definire il “fastidio da rumore”, è all'origine dell'attuale situazione in cui si trovano, da una parte i soggetti che si ritengono disturbati, dall'altra i tecnici che dovrebbero supportare il loro desiderio di soddisfazione e, non ultimi, ma al di sopra di entrambi, i giudici che devono affidarsi a indagini frequentemente assai discutibili, quindi con strumenti poco utili a supporto della loro funzione. Il concetto di “disturbo acustico”, meglio riassunto in tutte le sue accezioni dal termine anglosassone “annoyance”, il quale accorpa in sé sia le varie attribuzioni che nella lingua italiana sono espresse dai sostantivi: “disturbo”, “fastidio”, sia quanto riguarda più estesamente anche i fenomeni di “insopportabilità”, “intolleranza” ed altri analoghi.

Descrizione del criterio di “normale tollerabilità”: – analisi e commenti

L'interpretazione tecnica attualmente in auge prende spunto da considerazioni strettamente energetiche sulle proprietà dei segnali acustici (mutuate da un testo normativo mai ufficializzato) e, semplificando, si appoggia sula considerazione che al raddoppiare dell'energia acustica associata ad un evento si ha un incremento di 3 dB del livello acustico emesso.

E fin qui nulla da eccepire. Purtroppo il percorso tra questo elemento indiscutibile e la “certa” qualificazione di una situazione di disturbo è assai lungo e accidentato, con tratti molto scivolosi.

Punto primo: il metodo richiede la determinazione del cosiddetto “livello di fondo” (come enunciato nell'art 844 c.c.), nei confronti del quale eseguire il raffronto per la valutazione del divario energetico.

Qui subito emerge il primo scoglio: nessuno, fino al momento attuale, si è preoccupato non solo di definire in modo scientificamente inequivocabile questo primo elemento [al punto che si sono viste elucubrazioni di ogni genere, talvolta anche prive di qualsiasi senso fisico], ma anche di indicare con quali parametri identificare i descrittori del “fondo” (per prima cosa, ad esempio, sarebbe stato utile indicare un rapporto tra la durata temporale dell'evento disturbante e la durata dell'intervallo di misura del livello di fondo, onde evitare voli pindarici … spesso evidenti nelle relazioni delle perizie).

Prescindendo dal fatto che, sulla base dell'esperienza, appaia logico che il cosiddetto “livello di fondo” debba essere riferito ad una rilevazione di lungo periodo (almeno molto lungo rispetto alla durata dell'evento disturbante) al fine di considerare tutti i possibili apporti non riferibili al disturbo stesso e consentire di “appiattirli” su una larga base temporale, non esistono ad oggi criteri largamente accettati per individuare univocamente il “livello di fondo” (a questo riguardo, un passo importante ma non conclusivo è rappresentato dalla definizione di “rumore residuo” data dai decreti attuativi della L 447/1995).

Frequentemente si considera questo parametro come il percentile 95 ricavato dalla storia temporale della rilevazione. Questa interpretazione fa semplicemente inorridire chiunque si consideri un tecnico acustico (o, più in generale, un fisico, senza entrare nelle specifiche della metrologia).

Innanzitutto, il percentile (95 o qualunque altro) è un semplice numero, che rappresenta una elaborazione statistica su un campione di valori, per cui confrontare questo con un livello equivalente (che, come a tutti noto, rappresenta una quantità in senso energetico) è inaccettabile; inoltre il percentile (così come il livello equivalente Leq) dipende dall'estensione dell'intervallo temporale su cui si esegue l'elaborazione (in sostanza, dal numero di campioni su cui si estende la statistica). Ergo: essendo entrambi dipendenti dalla durata dell'intervallo temporale considerato, la cui scelta è lasciata all'arbitrio del tecnico.

E proprio su questo aspetto, evidentemente, cade il palco. Si può facilmente dimostrare su un gran numero di eventi che, scegliendo opportunamente (per ciascuna storia temporale) intervalli temporali appropriati per calcolare i livelli utili, si raggiungono risultati addirittura opposti (con tutti i leciti dubbi che potranno poi rimanere sulla decisione che sarà poi assunta dal Giudice).

L'arbitrarietà nella scelta dei tempi di misura dell'evento disturbante gioca un ruolo determinante, ma è utile sviluppare un po' la discussione su questo tema, dato che la casistica che si presenta in pratica è ampia quasi quanto l'arbitrarietà nelle scelte. Se, ad esempio, in una successione aleatoria di brevi eventi intervallati da periodi di calma acustica relativamente lunghi rispetto alla durata degli eventi stessi, si elaborano i livelli equivalenti di ciascun evento e si confrontano col livello equivalente degli intervalli di calma, si possono raggiungere risultati molto variabili in funzione dell'evento(i) che si esamina(no).

Una idea per questi casi, a titolo di puro esempio: si potrebbe considerare il livello equivalente riferito all'energia globale di tutti gli eventi [o di un numero sufficiente (?) di questi] elaborata mediante il SEL (LAE) di ciascun evento. L'adozione di questo metodo (o di altri) è per ora ovviamente lasciata alla libera scelta del tecnico … che lo applica in funzione di … con risultati che si è visto nella pratica possono essere i più vari.

Questa aleatorietà comportamentale ha come ovvia conseguenza dapprima ripetute controdeduzioni e contestazioni alla perizia con l'immediata conseguenza di allungare i tempi di procedimento, inducendo una confusione totale in chi deve decidere; ciò va scapito anche del riconoscimento finale della qualità e del ruolo dei tecnici specialisti che assumono i connotati di abili azzeccagarbugli (di manzoniana memoria).

I limiti del metodo

All'esame critico di un metodo così “tranchant” perché basato sul semplice confronto di due livelli, emergono varie limitazioni e problematiche nell'adattabilità della sua applicazione alle diverse situazioni che danno innesco alle lamentele.

La prima riguarda gli aspetti relativi al disturbo in se stesso ed al soggetto che lo esprime: sono molteplici, infatti, i tipi di contestazione, e spesso sono anche molto personali, cioè soggettivi; questo dovrebbe almeno indurre a scindere i metodi di analisi in funzione di componenti ben più variegate di quanto invece espresso dal metodo “unico” attualmente usato.

La seconda fa riferimento ad alcune osservazioni relative a tipologie specifiche di rumore:

La prima osservazione è basata su un esempio quasi banale: il classico rubinetto che gocciola; tutti concordano sul fatto che non lasci dormire, quindi sia disturbante, nonostante rispetti sicuramente il criterio dei 3 dB … e non parliamo del livello assoluto … (altro aspetto di cui la “normale tollerabilità” non si fa carico, od almeno per il quale non dà criteri applicativi).

La seconda osservazione è riferita a sorgenti ampiamente descritte in lavori di letteratura: le linee ferroviarie (considerate, per la regolarità dei passaggi, meno disturbanti degli assi stradali); sono noti vari casi in cui il disturbo era rappresentato non già dal passaggio dei convogli, ma dalla loro assenza (dovuta magari ad un ritardo). Analogamente a questo tipo di evento, un caso emblematico: l'orologio a pendolo che batte le ore. Dopo un risveglio per una causa qualsiasi, il soggetto non si riaddormentava fino a che il pendolo non rassicurava col suo rintocco che tutto era regolare …

La terza osservazione riguarda il caso di una cascata, dello scorrere di un torrente o della risacca marina: nessuno può obiettare sul fatto che il livello di emissione sia elevato (talvolta ben oltre i valori normalmente ritenuti sopportabili), ma pochi potranno definirli disturbanti, anzi, di solito quei suoni sono considerati conciliatori del sonno.

Non sono gli unici esempi per i quali il criterio di cui sopra non si rivela corretto (o, per lo meno, non giunge a conclusioni corrette), questi sopra sono riportati solo come casi emblematici.

Altro aspetto che va a giocare un ruolo importante, è l'impiego di valori dei parametri di valutazione ottenuti da misurazioni eseguite impostando la ponderazione in frequenza secondo la curva A: ciò conduce a distorsioni ben note (in vari casi abilmente sfruttate da costruttori di apparecchiature ed impianti) qualora i contenuti energetici, pur su livelli elevati, siano “spostati” nell'ambito delle basse frequenze. Sono noti a tutti i casi delle unità motrici delle centrali di trattamento aria, i cui flussi sono generati da rotori a pale di sempre maggiori dimensioni e velocità di rotazione più basse, onde collocare le emissioni alle frequenze più basse possibili (che saranno poi poco “pesanti” perché “tagliate” dal filtro di ponderazione “A”. Un appropriato uso di valori misurati con altri criteri (almeno per confronto) sarebbe quantomeno auspicabile per evitare errori grossolani di valutazione del disturbo effettivo.

Insomma, dovrebbe essere valutata meglio (o, per lo meno, in forma più attagliata) la caratteristica peculiare del “disturbo percepito” e non quelli che di per se stessi sono solo “valori strumentali puri”.

La legge quadro e i criteri dei decreti collegati

Un piccolo passo avanti lungo il percorso di una migliore analisi è stato fatto nel testo dei già citati decreti attuativi della Legge 447/1995, che mentre si premuravano (meritoriamente, sia pure con qualche “scivolone”) di assegnare delle definizioni precise a vari parametri acustici significativi, andavano poi oltre, indicando anche qualche criterio applicativo, distinguendo ad esempio tra tempi di riferimento diurno e notturno. Non è il caso di dilungarsi sui pregi e sui difetti di questi decreti, sui quali sono già disponibili dotte ed ampie disquisizioni. Ma vale la pena di spostarsi su un piano leggermente diverso: quello della loro applicabilità.

Sono ben note le argomentazioni sugli aspetti “pubblicistici” di detti decreti in contrapposizione agli aspetti “privatistici” del criterio di “normale tollerabilità” che trae origine dall'art. 844 c.c. e non si vuole qui ampliare o contestare queste discussioni, ma semplicemente aggiungere “a cappello” una considerazione, molto pragmatica: il disturbo acustico è tale di per se stesso, è un elemento “assoluto”, perciò non distingue se chi lo produce è un soggetto di diritto pubblico o privato. È un fenomeno sgradevole per chi lo percepisce.

Di conseguenza, lasciando ai giuristi le loro prerogative, pare sensato affermare che il disturbo (e non solo quello acustico …) non riguarda la sorgente ed il tipo di soggetto che la gestisce, bensì il ricettore: pertanto a quest'ultimo si debbono rivolgere tutte le considerazioni inerenti le valutazioni tecnico-giuridiche del caso, uniformando i metodi di analisi (al più, distinguendo le forme sanzionatorie).

La conseguenza di un'impostazione di questo tipo porterebbe a far sì che tutte le distinzioni basate sul contesto giuridico in cui si colloca il disturbatore vengano se non proprio a cadere, almeno ad essere notevolmente ridimensionate.

Preme anche un altro pensiero: oltre alla emissione della sorgente, deve essere considerata anche la percezione nell'ambiente ricevente, in altre parole, la specifica proprietà di quest'ultimo di “essere adatto” alla destinazione d'uso per cui è utilizzato. A questo riguardo esistono in sostanza due criteri, che possono validamente essere impiegati: i criteri NC (Noise Criterion) e NR (Noise Ratings); metodi proposti da norme tecniche specifiche per una valutazione di idoneità alla destinazione d'uso di un ambiente. Non ci si addentra in questo ambito, molto tecnico, ma si ritiene utile una loro menzione a fini di completezza di trattazione.

Conclusioni

Queste considerazioni sono espresse per stimolare una rivisitazione delle linee di pensiero, elaborando metodologie di analisi più rispondenti al discernimento tra fenomeni effettivamente disturbanti e non, e più attagliati alla descrizione degli specifici eventi, in modo da non consentire indesiderate arbitrarietà, a garanzia soprattutto di coloro che soffrono dell'effettiva esposizione a rumori molesti.

L'espressione “normale tollerabilità”, imprecisa e non ben definita, dovrebbe essere abbandonata “tout court” e sostituita da una unica accezione (indipendente dalla sorgente, ma riferita al disturbato) del tipo “disturbo individuale” (od altre analoghe).

I metodi di analisi dovrebbero produrre una prima distinzione riguardo ai tipi di rumore che si va ad esaminare (stazionario, stazionario intermittente, con o senza toni puri, impulsivo o no, aleatorio continuo, aleatorio pseudo periodico, ecc...); successivamente dovrebbero essere definiti dei criteri per la scelta “univoca” degli intervalli di misura (e di valutazione) ed indicare dei parametri descrittori funzionali al singolo tipo di rumore (non trascurando, possibilmente, informazioni deducibili mediante la psicoacustica); solo alla fine di un processo ben “calzato” sul fenomeno si dovrebbe arrivare ad un inquadramento dell'effettivo disturbo sofferto (sarebbe anche opportuno non stabilire dei valori limite “a soglia unica” bensì delle scale di valori, al fine di tenere conto della sensibilità propria dell'individuo, riportata a precise “categorie statistiche”).

Concludendo, è necessario approfondire gli studi sui metodi di valutazione del disturbo acustico in riferimento alle diverse casistiche che si possono presentare, onde elaborare metodologie che tengano conto dell'effettiva percezione e superino finalmente l'impasse di un metodo che presenta ampi margini di arbitrarietà e che risulta fisicamente inconsistente, oltre che inadeguato a rappresentare compiutamente i fenomeni, che dovrebbe quindi da subito essere confinato nel cassetto dei ricordi.

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COMMENTI

BARBARA

17/11/2018 03:43:07

Buongiorno, ho un problema con i vicini di casa che recentemente hanno messo una pendola sul muro divisorio dei due appartamenti. Il muro è un semplice tavolato che fa da cassa di risonanza della pendola, la quale rintocca ogni 15 min.
Vorrei sapere, in caso di ricorso al Giudice di pace, se è necessario fare una verifica acustica del rumore e se tale verifica riesce a documentare il rumore.
grazie

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