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Un blog razzista è associazione a delinquere

del 26/08/2013

Un blog razzista è associazione a delinquere
Il Web può divenire sede di associazioni a delinquere? Sì: se la comunità virtuale di un Blog inneggia alla superiorità razziale e diffonde messaggi palesemente razzisti.

A sostenerlo è la Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 33179/2013, ha condannato l’ideatore e animatore di un blog dedicato alla diffusione di idee e convincimenti a sfondo razzista.

In particolare, i Supremi giudici hanno ampliato il raggio di competenza delle pene previste per i reati associativi (disciplinati dalla L. 654/1975): essi sono ora applicabili anche alle realtà virtuali che permettono l’incontro e l’aggregazione tra utenti della rete come chat, forum, social network, siti e blog.

La vicenda

Il gestore del sito web era ricorso in Cassazione chiedendo la piena assoluzione dalla condanna inflitta in sede di Appello. Nell’intento di far valere i propri diritti, il web master rivendicava il suo diritto a esprimere un pensiero personale.

Inoltre, nel respingere il capo d'accusa poneva anche in dubbio il potere giurisdizionale del giudice italiano dato che il suo Blog era nato in America e faceva capo a un server straniero (circostanza molto frequente nel web). La linea difensiva si completava rivendicando il diritto del gestore a essere equiparato alla figura del direttore di una qualsiasi testate giornalistica.

Gli Ermellini hanno smontato puntualmente tale strategia difensiva.

In primis, evidenziando la competenza del giudice nazionale: è stata riconosciuta al giudice italiano l’autorità di giurisdizione nel caso in cui i messaggi razzisti (anche se pubblicati su di un sito estero) sono rivolti a un pubblico italiano e incitano a porre in essere azioni di discriminazione razziale da attuare sul territorio nazionale.

Successivamente, è stato rinnegato il diritto a esprimere la sua opinione razzista e ad associarsi sotto forma di aggregazione.

Infine, è stata respinta la richiesta del ricorrente di essere assimilato a un direttore di giornale.

Nel dettaglio, secondo i giudici di Cassazione la libertà di pensiero non può essere riconosciuta nel preciso istante in cui il diritto rivendicato è esercitato al fine di discriminare un popolo o una comunità di soggetti appartenenti a una diversa etnia.

L’assimilazione del blogger a un direttore di giornale, inoltre, non può essere riconosciuta sia perché il blog non può essere definito come “stampato”, sia perché era stata già definita la responsabilità del ricorrente in qualità di coordinatore del blog in questione.

Si noti, infine, che nel respingere il ricorso presentato dal gestore del blog la Suprema Corte ha altresì evidenziato come l’attuale diffusione dei mezzi di comunicazione online possa in un certo modo fungere da potente strumento di risonanza per alimentare intolleranze razziali e diffondere messaggi di odio razziale. Un blog razzista, dunque, può essere assimilato a un’associazione a delinquere.

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