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Gli imprenditori assoggettabili a fallimento

del 24/10/2012

Gli imprenditori assoggettabili a fallimento

Ai sensi dell’art. 1 della legge fallimentare, possono essere dichiarati falliti gli imprenditori che posseggano anche uno solo dei seguenti requisiti: aver avuto, nei tre esercizi precedenti la data di deposito della istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore ad euro 300.000; aver realizzato, in qualunque modo risulti, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore ad euro 200.000;  avere un ammontare di debiti anche non scaduti non superiore ad euro 500.000. Secondo giurisprudenza consolidata può essere dichiarata fallita anche l’impresa “inattiva” ovvero l’impresa che non abbia ancora iniziato l’attività.

L’unico elemento al quale viene attribuito rilievo è l’eventuale “cancellazione” dal registro delle imprese. In tal caso, infatti, ai sensi dell’art. 10 l.f., è previsto che non possa essere più dichiarato il fallimento. Il citato articolo, testualmente, recita: “gli imprenditori individuali e collettivi possono essere dichiarati falliti entro un anno dalla cancellazione dal registro delle imprese, se l’insolvenza si è manifestata anteriormente alla medesima o entro l’anno successivo”. Con tale disposizione il legislatore ha voluto recepire i principi dettati dalla Corte Costituzionale con riguardo alla formulazione dell’art. 10 l.f. ante riforma: il nuovo testo (sopra riportato) prevede infatti che il decorso del termine annuale entro il quale deve essere dichiarato il fallimento, sia per l’imprenditore individuale sia per l’imprenditore collettivo è di un anno dalla cancellazione dal registro delle imprese.

L’unica eccezione alla disciplina ora esposta è prevista dall’ultimo comma dell’art. 22 l.f.  per il caso in cui la Corte d’Appello accolga il reclamo  contro il decreto del Tribunale  che abbia respinto il ricorso per la  dichiarazione di fallimento, e rimetta pertanto  d’ufficio gli atti al tribunale affinchè questi dichiari il fallimento. Se il decreto della Corte d’appello interviene entro l’anno dalla cancellazione, esso ha un effetto di “prenotazione” della sentenza con la quale il Tribunale dichiara il fallimento; di fatto è come se la sentenza fosse emessa al momento del decreto di accoglimento del reclamo.

Questione, ancora, diversa è quella relativa al fallibilità del soggetto che non si sia proprio iscritto al registro delle imprese. Si tratta di un tema non toccato dal legislatore neppure con la riforma ma assai attuale, essendo molteplici i casi in cui si assiste all’esercizio di fatto dell’attività d’impresa. Nella relazione ministeriale all’art. 10 l.f. si legge che le imprese di fatto sono soggette al fallimento senza alcun vincolo temporale. Si tratta però di un’impostazione ampiamente contestata in giurisprudenza nell’ambito della quale si è ormai giunti alla conclusione che anche le imprese di fatto possono essere dichiarate fallite nel termine annuale che decorre però dal momento in cui è stata esternalizzata la cessazione dell’attività.

Questione tuttora aperta è quella legata alle modalità con le quali può dirsi che la cessazione era “conosciuta”: ciò tanto più se si considera che, poiché ci si deve riferire a una conoscenza in concreto, l’evento che denuncia la cessazione dell’attività può essere conosciuto da un creditore - il quale, quindi, trascorso l’anno da tale conoscenza, non potrebbe più ottenere il fallimento del debitore - e non conosciuto da un altro, che quindi potrebbe veder accolto il proprio ricorso.

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