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Eccessiva durata dei processi, risarcimenti per 81 milioni

del 29/01/2011
di: Debora Alberici
Eccessiva durata dei processi, risarcimenti per 81 milioni
Ottantuno milioni di euro. Questa la somma che nel 2008 lo stato italiano è stato condannato a pagare in indennizzi per l'eccessiva durata di processi. Anche questa volta l'inaugurazione dell'anno giudiziario in Cassazione, prima cerimonia del neopresidente Ernesto Lupo, si è aperta con un dato molto allarmante sulla giustizia lumaca, lanciato ieri dal procuratore generale della Suprema corte, Vitaliano Esposito. Una situazione definita al «collasso» e che alimenta il debito pubblico. Ma non è tutto. Di questa enorme cifra, ben 36 milioni e mezzo di euro «non risultano pagati malgrado l'esecutività del titolo». «Lo stato», denuncia ancora Esposito, «preferisce pagare invece che risolvere la problematica dell'esorbitante durata dei processi ma, per di più, non è neppure in grado di adempiere a tali obblighi di pagamento. Cosa poco consona per un paese che fa parte della elitaria cerchia del G20». E poi «è oramai sotto gli occhi di tutti come la situazione quasi fallimentare della giustizia e dei suoi tempi si stia trasformando in una situazione che si può definire quasi di insolvenza per lo stato».

Per quanto riguarda la giustizia civile, nei giudizi davanti al tribunale ordinario la durata media mostra una tendenza alla diminuzione, essendo passata nel triennio 2007-2009 da 479 giorni nel 2007 a 456 giorni nel 2009. La durata media aumenta sensibilmente in valori assoluti e in termini percentuali se si fa riferimento ai processi definibili con sentenza, la cui durata nel triennio 2007-2009 è costantemente cresciuta da 815 giorni nel 2007 a 845 giorni nel 2009, con un incremento percentuale del 3,7%.

Il primo presidente ricorda l'ultima «bacchettata» ricevuta dall'Italia, lo scorso 2 dicembre dal comitato dei ministri del Consiglio d'Europa: «I tempi eccessivi nell'amministrazione della giustizia italiana costituiscono un grave pericolo per il rispetto dello stato di diritto, conducendo alla negazione dei diritti consacrati dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo». Ma non è ancora tutto. Il successore di Vincenzo Carbone alla guida della Suprema corte ha auspicato la prosecuzione nella «politica di depenalizzazione, che non ha più visto interventi organici dal 1999».

Secondo Lupo «non esiste sistema processuale che possa far fronte in tempi ragionevoli all'abnorme numero di fatti che sono considerati reati nel nostro ordinamento». E le intercettazioni telefoniche e ambientali sono uno strumento di indagine fondamentale «senza le quali le armi da opporre alla criminalità organizzata sarebbero non soltanto spuntate ma prive di qualsiasi efficacia». Lupo riprende le indicazioni provenienti dalle procure distrettuali impegnate nella lotta ai clan. La sollecitazione a considerare centrale questo strumento investigativo è «condivisibile, ferma restando ovviamente l'esigenza di evitare ogni e qualsiasi abuso».

In un panorama così teso non poteva mancare, poi, lo scontro fra politica e toghe. A nome di tutti i magistrati Lupo assicura che giudici e pm «continueranno a adempiere alle loro funzioni con serenità e con impegno fedeli al modello di giudice che efficacemente un nostro filosofo del diritto ha delineato come proprio dello stato democratico e costituzionale: un giudice capace, per la sua indipendenza, di assolvere un cittadino in mancanza di prove della sua colpevolezza, anche quando il sovrano o la pubblica opinione ne chiedono la condanna, e di condannarlo in presenza di prove anche quando i medesimi poteri ne vorrebbero l'assoluzione». Sul versante riforme istituzionali il vertice del Palazzaccio fa un passaggio anche su ipotesi di possibili interventi. «Come ha reiteratamente affermato la Corte costituzionale», ricorda, «il principio di legalità in un sistema fondato sul principio di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, non può essere salvaguardato se non attraverso l'obbligatorietà dell'azione penale».

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