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Gli avvocati ingolfano la giustizia

del 29/01/2011
di: di Ignazio Marino
Gli avvocati ingolfano la giustizia
«In Italia, oggi, i professionisti legali sono in numero enormemente superiore ai bisogni sociali», scriveva Piero Calamandrei nel 1921. Dopo oltre 90 anni le parole del giurista fiorentino tornano a essere più che mai attuali. La situazione infatti è solo che peggiorata. Il numero degli iscritti all'ordine è così alto (230 mila) che per ogni giudice ci sono 32 avvocati contro gli 8 della Francia e i 5 dell'Inghilterra. E anche il rapporto avvocati/abitanti è sproporzionato: 332 legali per 100 mila cittadini contro i 75 della Francia. In un libero mercato dei servizi la moltiplicazione degli operatori, secondo l'Antitrust, è sempre un dato positivo. Ma nel caso della giustizia gli avvocati, da un lato, offrono un servizio alle parti ma, dall'altro, lo richiedono al sistema pubblico. Ecco perché, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario 2011 che si svolta ieri, il primo presidente della Corte di cassazione, Ernesto Lupo, non ha usato troppi giri di parole per individuare nei numeri dell'avvocatura uno degli elementi che appesantisce il già pesante bilancio della giustizia italiana. Vediamo perché.

La domanda anomala. I dati statistici resi noti ieri mettono in evidenza che la macchina giudiziaria non riesce a far fronte all'eccessivo tasso di litigiosità degli italiani che sfocia in una smisurata domanda di giustizia (si veda altro pezzo in pagina). «Si rileva», ha detto Lupo, «un eccesso di istanze di giustizia rispetto alle reali capacità di risposta, dovuto in parte a nuove dinamiche sociali (in materie quali l'antitrust, la tutela della privacy, nuove figure di rapporti di lavoro, operazioni finanziarie e assicurative), e in parte a sempre più diffuse situazioni di abuso del processo per il raggiungimento di scopi diversi dalla soluzione della lite, in particolare con finalità di dilazione dei tempi nell'adempimento di obbligazioni. Si assiste, quindi, con sempre più allarmante frequenza, al fenomeno della cosiddetta domanda «anomala» di giustizia, ossia di un'abnorme reiterazione di iniziative giudiziarie per questioni di carattere seriale e di modesto valore economico, che intasano gli uffici giudiziari di primo grado, impegnando, in modo sproporzionato all'interesse tutelato, le energie di giudici e di personale amministrativo e contribuendo in modo determinante alla dilatazione dei tempi medi di durata dei processi. È evidente», ha denunciato il magistrato, «che l'illusione di un accesso del tutto indiscriminato al servizio reso dall'amministrazione della giustizia si traduce in una restrizione del servizio stesso per chi ne ha effettivamente bisogno e comunque nel distorto utilizzo della funzione giurisdizionale rispetto alle sue effettive finalità».

Le responsabilità dell'avvocatura. Nell'individuare le cause di questa eccessiva domanda di giustizia, Lupo ha tirato dentro anche gli avvocati. Spiegando che il carico di processi pendenti è condizionato anche «dall'insufficiente attività di filtro da parte della classe forense, dovuta soprattutto all'eccessivo numero di avvocati». Dati alla mano durante la cerimonia il primo presidente della Corte di cassazione ha ricordato che «già nella relazione dello scorso anno, secondo il rapporto CEPEJ 2008, il rapporto tra giudice e avvocati era in Italia di 26,4 per ogni giudice, in Francia di 7,1 e in Inghilterra di 3,2 Dal rapporto CEPEJ 2010», ha sottolineato, «la situazione risulta peggiorata: a fronte di un indice 8,2 per la Francia e 5 per l'Inghilterra, si riscontra un aumento di ben 6 punti, sino al 32,4 per l'Italia. Anche nel rapporto avvocati/abitanti, l'Italia surclassa la Francia con 332 avvocati per 100.000 abitanti, contro 75,8 della Francia». Dunque una situazione che non favorisce l'instaurarsi di pratiche conciliative e spinge verso dinamiche d'incremento e di serialità del contenzioso, come nel caso dei giudizi di equa riparazione. E non è tutto. All'aumentare del popolo forense corrisponde la costante diminuzione del personale di cancelleria, a causa del mancato reintegro da molti anni del personale via via collocato in quiescenza.

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