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I paletti rischiano di valere solo per i gruppi

del 25/01/2011
di: La Redazione
I paletti rischiano di valere solo per i gruppi
La sentenza 1372 della Sezione tributaria della Corte di cassazione del 21 gennaio 2010 (si veda ItaliaOggi del 22) viene per certi versi a squarciare il muro di gomma alzato a difesa delle prerogative accertative tutte le volte che sia evidente la presenza di un beneficio fiscale.

Al di là della fattispecie ivi trattata e risolta che pure ha certamente un effetto salvifico, è opportuno a freddo valutarne le conseguenze pratiche. Nella sentenza in commento l'ufficio era intervenuto addirittura a sindacare e censurare una complessa operazione internazionale di ristrutturazione aziendale arrivando a suggerire al suo posto una fusione rispetto a quanto scelto dal contribuente. Qui siamo proprio all'assurdo: un ufficio che, di fronte a necessità del genere di così complessa articolazione bisognosa, per forza di cose, di riunioni su riunioni, di pareri su pareri, di motivazioni su motivazioni, pensa che tutto sia da buttare perché dall'operazione sia ottenibile un vantaggio fiscale.

La Cassazione, partendo e sviluppando il suo ragionamento attorno a tale fenomeno organizzativo non ha potuto far altro che, rifacendosi agli insegnamenti di fonte comunitaria e costituzionale, distinguere caso per caso avendo cura di riaffermare la prevalenza dei principi della proporzionalità, della libertà di impresa e di iniziativa economica oltre che della piena tutela giurisdizionale.

È vero pure che occorre procedere con cautela in quanto, evidenzia la sentenza, occorre trovare una giusta linea di confine tra la pianificazione fiscale eccessivamente aggressiva e la libertà di scelta di forme giuridiche, soprattutto quando si tratta di attività di impresa.

Questo però non facilita tuttavia le cose per i piccoli, i medi e i grandi imprenditori che, nella loro strategia di impresa, oltre alle (ovvie) ragioni economiche, non possono certo trascurare, seppur in modo non esclusivo ma essenziale, il vantaggio fiscale conseguibile da una operazione rispetto all'utilizzo di un'altra più onerosa. E ciò nonostante entrambe siano in condizione di garantire il medesimo obiettivo imprenditoriale.

Dice dunque la sentenza che l'approccio deve tener conto di quei principi comunitari e costituzionali appena citati, non quando ci si trovi di fronte a un «artificioso frazionamento di contratti o di anomala interposizione di stretti congiunti, ma di ristrutturazioni societarie soprattutto quando le stesse avvengono nell'ambito di gradi gruppi di imprese». Occorre infatti considerare, chiosa ancora la Corte, che «la strategia sul mercato di gruppi di imprese non può essere valutata come quella dell'imprenditore singolo e cioè non deve essere finalizzata al conseguimento di una redditività in tempi brevi».

Ma che significa tale distinguo? Forse che l'imprenditore allorquando mette in atto una operazione rispetto a un'altra, pur motivandola, e ottenendone un beneficio fiscale, sia in astratto censurabile mentre non lo può essere se il medesimo comportamento viene inserito in un gruppo di società collegate tra di loro nelle quali si ha in animo di procedere a una ristrutturazione aziendale ?

Si faccia un esempio stupido ma che potrebbe rendere bene l'idea del distinguo appena accennato. Si pensi dunque a un imprenditore che ha difficoltà a esigere un credito e decide di cederlo. La perdita di specie sarebbe deducibile se effettuata in seno a un gruppo in via di riordino e non lo sarebbe se effettuata dal singolo soggetto? Nel primo caso le ragioni economiche assumerebbero la loro validità in quanto il comportamento ha uno spessore ampio, nella seconda ipotesi no; sarebbe necessario qualche cosa in più? Lo stesso discorso può farsi in esito a una transazione al pari di altre operazioni analoghe alle quali sia ricollegabile un vantaggio fiscale? Se lo si fa in un contesto di gruppo organizzato, anche a livello transazionale, non dovrebbero esserci problemi giacché opererebbero le garanzie comunitarie e costituzionali tese a salvaguardare il principio di proporzionalità e di libera iniziativa economica?

Ma così si rischia di tornare a vecchi concetti: le ragioni economiche che dovrebbero sorreggere ogni iniziativa imprenditoriale, come è giusto che sia, diventano più facilmente valide per qualcuno mentre potrebbero mancare in radice per altri. Certo, non è facile valutare la portata dirompente o meno della citata sentenza. Quello che tuttavia dalla stessa appare è che il concetto ivi espresso, di sicuro spessore argomentativo, rischia di indebolirsi se lo si dovesse collegare, come si è tentato di fare, solo alla fattispecie trattata.

Giuseppe Ripa

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