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Violazioni antitrust, paga la controllante

del 22/01/2011
di: di Andrea Mascolini
Violazioni antitrust, paga la controllante
In un gruppo di imprese si presume la responsabilità della società controllante per le violazioni in materia antitrust poste in essere dalla società controllata; per ribaltare tale presunzione occorre provare elementi idonei a dimostrare l'autonomia operativa e commerciale della controllata. È quanto afferma la Corte di Giustizia Europea, prima sezione, con la sentenza del 20 gennaio 2011 (causa c-90/09 p) che, nel confermare una sentenza di primo grado, ha preso in esame una fattispecie relativa all'imputazione della responsabilità per sanzioni derivanti dalla violazione delle norme sulla concorrenza, in caso di società appartenenti ad un unico gruppo di imprese. La Corte preliminarmente inquadra la nozione di impresa con riguardo alla figura del «gruppo» facendo riferimento ai propri consolidati precedenti e precisando che tale nozione «deve essere intesa nel senso che essa si riferisce a un'unità economica, anche qualora, sotto il profilo giuridico, tale unità economica sia costituita da più persone, fisiche o giuridiche»; pertanto, se un soggetto economico («impresa unica» nel senso lato definito dalla Corte) violi le norme in materia di concorrenza, è tenuto, secondo il principio della responsabilità personale, a rispondere di tale infrazione. Il problema che si pone però è quella delle circostanze in presenza delle quali si può ritenere responsabile di violazioni in materia antitrust la società controllante al 100% un'altra società (cioè la controllata che ha materialmente commesso l'infrazione). Al riguardo i giudici affermano che, pur essendo due entità giuridiche distinte, il comportamento di una controllata può essere riferito alla controllante laddove la «controllata non determini in modo autonomo la propria linea di condotta sul mercato, ma si attenga, in sostanza, alle istruzioni che le vengono impartite dalla società controllante, alla luce in particolare dei nessi economici, organizzativi e giuridici che uniscono le due entità giuridiche». È quindi proprio l'appartenenza al «gruppo», formando, nella sostanza, una unica impresa, che porta la Corte a presumere la responsabilità della controllante per i fatti della controllata «senza necessità di dimostrare l'implicazione personale di quest'ultima nell'infrazione». Quindi, laddove una società capogruppo controlli al 100% la sua controllata, autrice di un comportamento sanzionabile, «esiste la presunzione relativa che detta società controllante eserciti effettivamente un'influenza determinante sul comportamento della sua controllata di modo che le due società costituiscono un'unica impresa ai sensi dell'art. 81 del Trattato». Per ribaltare la presunzione di responsabilità della controllante occorrerebbe apportare elementi idonei a dimostrare l'autonomia commerciale ed operativa di tale controllata; viceversa se ciò non accade la Corte di giustizia ritiene pacifico che la controllata si sia mossa nel solco delle indicazione della controllante. Per i giudici appare quindi del tutto condivisibile la posizione della Commissione che, in sede di giudizio, ha precisato che per evitare la propria responsabilità la controllante non può limitarsi a sostenere che non ha partecipato direttamente all'intesa o che non era informata della sua esistenza o non ha incoraggiato le sue controllate ad adottare un comportamento illecito. Nel caso specifico, invece, era stato dimostrato che l'amministratore unico della controllata fungeva sempre da «collegamento» con la controllante e che si era in presenza di un consolidamento dei conti delle società e, infine, che controllante e controllata avevano risposto congiuntamente alla comunicazione degli addebiti.
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