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Iva, paga il socio

del 14/01/2011
di: Pagina a cura di debora Alberici
Iva, paga il socio
Per l'indebita compensazione dell'Iva dell'azienda sono penalmente responsabili tutti i soci «consapevoli» e non solo l'amministratore. Non solo. A tutti i concorrenti del reato tributario possono essere sequestrati beni personali. La stretta arriva dalla Cassazione che, con la sentenza 662 di ieri, ha confermato la condanna nei confronti del socio di una srl di Bergamo. L'azienda aveva esposto un credito Iva fittizio di oltre 500 mila euro al fine di non versare l'imposta. Così era scattato il sequestro finalizzato alla confisca dei beni personali dell'imprenditore e dei soci. Contro questa misura i tre messinesi hanno fatto ricorso in Cassazione ma la terza sezione penale lo ha integralmente respinto. Il primo motivo, è infondato nella parte in cui prospetta l'impossibilità di applicare ai reati in esame l'istituto del concorso di persone ex art. 110 c.p., infatti, se è vero che il reato previsto dall'art. 10-quater, citato, viene commesso in via principale dagli amministratori, quali responsabili del rispetto degli oneri tributari, ciò non impedisce che alla commissione del reato proprio concorrano altri soci o altre persone, la cui co-responsabilità può trovare fondamento in condotte consapevoli che rispondano ai requisiti fissati in via generale dall'art. 110 c.p.». Sul fronte della sequestrabilità (misura finalizzata alla confisca) dei beni personali di soci e amministratori la Cassazione ha confermato la linea dura, bocciando il secondo motivo del ricorso presentato dai tre imputati. «Il ricorso erra», hanno motivato i giudici, «allorché prospetta l'impossibilità per l'autorità giudiziaria di sottoporre a vincolo i beni personali delle persone indagate». Infatti non è stato dimostrato che i vantaggi fiscali dell'operazione illecita fossero circoscritti a un beneficio esclusivo per la società. Infatti, le somme dovute e non versate possono essere state dirottate, seguendo l'ipotesi dell'accusa, verso disponibilità non ufficiali e la reale destinazione delle somme è stata uno degli oggetti di indagine. Da questo deriva che non c'erano ragioni per ritenere illogica o incoerente l'affermazione di sussistenza del «fumus» di reato a carico dei singoli indagati anche sotto tale profilo. In poche parole, conclude la terza sezione penale, «il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente può interessare indifferentemente ciascuno dei concorrenti anche per l'intera entità del profitto accertato, ovviamente entro i limiti dell'ammontare complessivo e senza procedere a duplicazioni». Anche la Procura generale della Suprema corte, nell'udienza tenutasi lo scorso 1 dicembre, ha chiesto al Collegio di legittimità di respingere il ricorso dei due soci e dell'amministratore.
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