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Fatture false punite

del 13/01/2011
di: Pagina a cura di Debora Alberici
Fatture false punite
Commette il reato di fatture false l'imprenditore che le ha emesse a fronte di operazioni inesistenti anche se dopo le ha annullate, aderendo, fra l'altro, al ravvedimento operoso. È quanto sancito dalla Corte di cassazione che, con la sentenza n. 608 del 12/1/2011, ha confermato definitivamente la responsabilità di un imprenditore romano che aveva emesso con la sua azienda una serie di fatture false, annullandole in un secondo momento insieme ai falsi contratti. Non solo. Insieme alle altre imprese coinvolte nella frode aveva poi aderito al ravvedimento operoso ma non aveva mai versato l'imposta. Un rimedio, questo, che non ha intaccato l'impianto accusatorio. Infatti la terza sezione penale del Palazzaccio ha motivato la conferma di tutte le responsabilità penali nei confronti del contribuente spiegando che «tale circostanza è rilevante ai fini dell'elemento soggettivo del reato, posto che il reato di emissione di fatture per operazioni inesistenti, di cui all'art. 8, dlgs 74/2000, è configurabile anche in caso di emissioni di fatture tra società facenti capo allo stesso soggetto, atteso che pure in tale ipotesi si delinea la intersoggettività richiesta per integrare la finalità di consentire a terzi la evasione di imposta». Ma non solo. Né vale ad inficiare la decisione della Corte d'Appello di Roma, «la circostanza che i contratti tra le predette società furono risoluti, con successivo annullamento dei rispettivi crediti di Iva, per due ordini di motivi: perché il reato di emissione di fatture per operazioni inesistenti, ex art. 8, co. 1, dlgs 74/2000, si configura come un delitto di pericolo astratto, per la concretizzazione del quale è sufficiente il mero compimento dell'atto tipico e perché sia il contribuente che le società beneficiarie, collegate alla sua azienda nella illecita operazione, non pagarono, a seguito della risoluzione dei contratti e dello storno, il totale importo dovuto a titolo di Iva». E poi è irrilevante la tempistica delle note di variazione, cioè se le stesse siano state emesse prima o dopo l'inizio degli accertamenti effettuati dalla Guardia di Finanza, «posto che rispetto al reato contestato il c.d. ravvedimento operoso delle tre società beneficiarie delle fatture costituisce post factum irrilevante». Anche la procura generale della Suprema corte aveva sollecitato il rigetto del ricorso dell'imprenditore. Una decisione di tre anni fa, la numero 3052 depositata dalla terza sezione penale della Cassazione il 21 gennaio, aveva fatto presagire questa linea interpretativa e soprattutto il fatto che la giurisprudenza ha dato grande rilievo, in materia di fatture false, alla circostanza che si tratta di un reato di pericolo. In particolare in quell'occasione gli Ermellini affermarono che «in tema di reati tributari, la causa di esclusione della punibilità prevista dall'art. 9, comma decimo, della L. 27/12/2002, n. 289 (cosiddetto condono tributario tombale) non può essere applicata analogicamente al reato di emissione di false fatture per operazioni inesistenti (art. 8, dlgs 10 marzo 2000, n. 74)».
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