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Le verifiche pescano nel penale

del 08/01/2011
di: di Debora Alberici
Le verifiche pescano nel penale
È legittimo l'accertamento induttivo basato sui verbali della Guardia di finanza nell'ambito di un'inchiesta penale per evasione fiscale anche se non allegati. Ma non solo. La consulenza contabile della Procura in un processo penale contro il contribuente può essere usata ai fini dell'accertamento.

Sono questi gli ultimi approdi giurisprudenziali della Corte di cassazione che, con due recenti sentenze (la numero 24333 del 1 dicembre e la numero 25211 del 14 dicembre 2010), hanno accresciuto la validità degli atti del processo penale in quello tributario.

E, a detta dei due Collegi di legittimità, in nessuno di questi casi viene violato il divieto di prova testimoniale imposto dal legislatore nelle liti fiscali né il diritto di difesa del contribuente.

Nel primo caso la Suprema corte ha respinto il ricorso di un'azienda finita nel mirino della Fiamme Gialle con l'accusa di evasione fiscale e fatture inesistenti. Non solo. Dalle motivazioni emergono altri elementi interessanti: la sezione tributaria ha infatti ribadito e rafforzato il principio secondo cui una contabilità aziendale «inattendibile» legittima l'accertamento anche in assenza di indizi gravi precisi e concordanti. E ancora, l'accertamento così notificato non vìola il diritto di difesa del contribuente che, anche in questo caso, era già a conoscenza del contenuto degli atti. Sulla motivazione dell'accertamento la sezione tributaria ha spiegato che quella per relationem, con rinvio alle conclusioni contenute nel verbale redatto dalla Guardia di Finanza nell'esercizio di poteri di polizia tributaria, «non è illegittima per mancanza di autonoma valutazione da parte dell'ufficio degli elementi da quella acquisiti, significando semplicemente che l'ufficio stesso, condividendone le conclusioni, ha inteso realizzare una economia di scrittura, che, avuto riguardo alla circostanza che si tratta di elementi già noti al contribuente, non arreca alcun pregiudizio al corretto svolgimento del contraddittorio». A questo il Collegio di legittimità ha poi aggiunto che «in tema di motivazione per relationem degli atti d'imposizione tributaria, l'art. 7, comma 1, della legge 27 luglio 2000, n. 212 (cosiddetto Statuto del contribuente), nel prevedere che debba essere allegato all'atto dell'amministrazione finanziaria ogni documento richiamato nella motivazione di esso, non intende certo riferirsi ad atti di cui il contribuente abbia già integrale e legale conoscenza per effetto di precedente notificazione: infatti, un'interpretazione puramente formalistica si porrebbe in contrasto con il criterio ermeneutico che impone di dare alle norme procedurali una lettura che, nell'interesse generale, faccia bensì salva la funzione di garanzia loro propria, limitando al massimo le cause d'invalidità o d'inammissibilità chiaramente irragionevoli».

Con la seconda sentenza (numero 25211) un altro Collegio di Piazza Cavour, incardinandosi perfettamente in quella linea di pensiero che conferisce sempre maggior valore agli atti del processo penale nella lite fiscale, ha sancito che la consulenza contabile della Procura in un processo penale contro il contribuente legittima l'accertamento fiscale.

In particolare i giudici hanno accolto il ricorso dell'amministrazione finanziaria, chiarendo che «richiamare nel p.v.c. gli elementi già valutati dal consulente della Procura (nel processo penale) o anche riportare le suddette conclusioni eventualmente perfino con identità di formule espositive non significa che sia mancata un'autonoma valutazione in sede tributaria (insita invece proprio nella riferibilità del p.v.c. alla Guardia di Finanza e nell'assuzione delle relative responsabilità) ma significa invece, salvo espressa prova contraria, che si è autonomamente ritenuto di condividere i risultati raggiunti dalla consulenza citata nonché il relativo percorso logico sulla valutazione della documentazione».

Ancora in questo filone giurisprudenziale la Cassazione ha depositato a ottobre un'altra decisione (sentenza n. 21049) secondo cui l'assoluzione in sede penale dalle accuse di evasione del legale rappresentante non fa cadere automaticamente l'accertamento fiscale notificato all'azienda. In quell'occasione il Collegio di legittimità prese le distanze da altre posizioni, sancendo il dovere del giudice tributario ad accertare sempre e comunque la fondatezza della pretesa fiscale, a prescindere dall'esito del giudizio penale. In particolare secondo la sezione tributaria, che ha accolto il ricorso dell'amministrazione finanziaria, «l'efficacia vincolante del giudicato penale non opera automaticamente nel processo tributario, sicché, anche qualora i fatti accertati in sede penale siano gli stessi per i quali l'Amministrazione finanziaria ha promosso l'accertamento nei confronti del contribuente, il giudice tributario è tenuto comunque ad accertare la fondatezza della pretesa fiscale nell'esercizio dei propri autonomi poteri di valutazione della condotta delle parti e del materiale probatorio acquisito agli atti».

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