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Nome oscurato nelle sentenze

del 04/01/2011
di: di Antonio Ciccia
Nome oscurato nelle sentenze
Per non vedere il proprio nome nelle sentenze pubblicate sulle riviste giuridiche bisogna chiedere al giudice di oscurarlo, ma prima della sentenza. Il garante della privacy ha elaborato le «Linee guida in materia di trattamento di dati personali nella riproduzione di provvedimenti giurisdizionali per finalità di informazione giuridica», datato 2 dicembre 2010, ma pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale di oggi 4 gennaio 2011. Sono fuori dal campo di applicazione delle linee guida l'attività giornalistica e l'attività giurisdizionale: gli originali delle sentenze non possono contenere «omissis». Su questo punto il provvedimento in esame precisa che le relative disposizioni non riguardano gli originali delle sentenze e degli altri provvedimenti giurisdizionali, né il loro deposito nelle cancellerie giudiziarie.

In alcuni casi l'omissione del nominativo delle parti discende obbligatoriamente dal Codice della privacy: si tratta dei minori e delle parti nei procedimenti che hanno ad oggetto i rapporti di famiglia e lo stato delle persone (come le controversie in materia di matrimonio, filiazione, adozione, abusi familiari, richieste di rettificazione di sesso), anche quando il giudizio si riferisca ad aspetti patrimoniali o economici.

Per evitare la rintracciabilità dei minori e degli altri soggetti protetti, devono essere omessi i dati da cui se ne possa desumere l'identità: questo vale, ad esempio, per i nominativi dei genitori del minore o la scuola da questo frequentata, o l'indirizzo dell'abitazione delle parti processuali.

L'oscuramento ex lege riguarda le parti del processo e non tutti gli interessati, come potrebbero esserlo i testimoni o il consulente: questi ultimi non beneficiano dell'oscuramento automatico, anche se possono sempre chiedere al giudice di non essere nominati, spiegandone le ragioni.

Dall'oscuramento automatico si distingue, dunque, la anonimizzazione a richiesta: in questo caso le parti o gli altri soggetti interessati dal processo (testimoni e consulenti) possono chiedere al giudice di non essere nominati, ma devono farlo prima che il processo sia definito: l'istanza proposta dopo la definizione del giudizio (ad esempio, dopo la sentenza) è priva di effetto.

L'istanza deve essere motivata facendo riferimento ad esempio alla delicatezza della vicenda oggetto del giudizio o la particolare natura dei dati contenuti nel provvedimento.

Altra ipotesi è quella della anonimizzazione d'ufficio da parte del giudice. È una ipotesi diversa dall'oscuramento ex lege (perché qui è il giudice che deve valutare caso per caso) ed è diversa dall'oscuramento a richiesta (perché il giudice provvede in merito, anche senza una istanza della parte interessata).

Il giudice, a questo proposito, devono considerare le possibili negative conseguenze sui vari aspetti della vita sociale e di relazione dell'interessato, dall'ambito familiare a quello lavorativo, soprattutto in relazione a dati sensibili e ai dati supersensibili (salute e vita sessuale).

Sia nel caso della anonimizzazione a richiesta sia in quella d'ufficio la cancelleria o la segreteria giudiziaria appone sull'originale del provvedimento, all'atto del deposito da parte del magistrato, anche con un timbro, un'annotazione: citato l'articolo 52 del codice della privacy si deve prescrivere: «in caso di diffusione omettere le generalità e gli altri dati identificativi di...».

Gli uffici giudiziari non devono fare altro e tanto meno mettersi a cancellare materialmente i dati dell'interessato sulle copie dei provvedimenti: spetta a chi riceve la copia provvedere all'omissione dei dati ove intenda riprodurla e diffonderla per finalità di informazione giuridica.

Tutte le cautele illustrate dal provvedimento in esame riguardano sia la sentenza nella sua integralità sia eventuali sunti e massime.

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