La Corte europea dei diritti dell'uomo, pur ammettendo «che un'amministrazione ha bisogno di tempo per procedere a un pagamento», ricorda che il ritardo, quando riguarda un ricorso che punta a rimediare alle conseguenze di una durata eccessiva della procedura attraverso un risarcimento, «non dovrebbe in generale superare i 6 mesi a partire dal momento in cui la decisione dell'indennizzo diventa esecutiva». Nel caso specifico, spiegano i giudici di Strasburgo, «questo termine è stato ampiamente superato». Né, prosegue la Corte, la liquidazione delle spese affrontate da chi attende il risarcimento, e neanche il versamento di interessi, possono essere considerati come indennizzo del danno morale subito.
Quindi, «la Corte sottolinea l'esistenza di un problema in grande scala, ovvero la difficoltà da parte delle autorità italiane a garantire in un numero significativo di casi l'effettivo versamento degli indennizzi in un tempo ragionevole». Del resto, in Italia si è registrato negli ultimi anni un aumento «esponenziale» dei costi per il governo legati a questo tipo di risarcimenti (quelli previsti dalla legge Pinto per le lungaggini dei procedimenti giudiziari): «A fine dicembre 2008, 36,5 milioni restavano da pagare oltre agli 81 già versati». Per questo, già nel 2009 la Corte, «notando un arretrato considerevole sia nella giustizia civile (5,5 milioni di cause pendenti), sia in quella penale (3,2 milioni di cause pendenti)», aveva incoraggiato «vivamente» le autorità italiane a modificare la legge Pinto.
I giudici di Strasburgo concludono stabilendo che l'Italia deve versare 200 euro a ognuno dei ricorrenti per danni morali oltre a 10 mila euro per le spese.
