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Fattura falsa valida

del 18/12/2010
di: di Debora Alberici
Fattura falsa valida
Valido l'accertamento fiscale basato sulle fatture false anche se non è stato provato l'accordo simulatorio o rapporti commerciali con una cosiddetta cartiera.

Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 25617 del 17 dicembre 2010, ha respinto alcuni motivi presentati dal contribuente, accusato di essere socio occulto di un'azienda che aveva ricevuto, fra l'altro, un accertamento basato sulla contestazione della Guardia di finanza (per fatture false). In particolare l'uomo aveva contestato un vizio di motivazione contenuto nella sentenza della commissione tributaria regionale di Venezia, che aveva confermato l'accertamento del maggior reddito, in relazione alla mancanza della prova sull'esistenza di un accordo simulatorio per utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti emesse da società di comodo mediante interposizione fittizia. A questo motivo i giudici di Piazza Cavour hanno risposto negativamente ritenendo la censura infondata perché, ha messo nero su bianco il Collegio, «l'utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti non presuppone necessariamente un accordo generale o la apposita costituzione di società fittizie (cosiddette cartiere)». Infatti, ha poi aggiunto il Collegio di legittimità «la prova delle inesistenza soggettiva o oggettiva delle operazioni fatturate può essere ricavata da elementi di fatto di vario tipo (come la mancata copertura finanziaria, la confessione dell'utilizzatore o dell'emittente, la manifesta non genuinità della fattura e così via) e comunque non sono soltanto le cartiere ad emettere fatture false. Anche in una società che opera regolarmente può, occasionalmente e/o sistematicamente (in parallelo con le attività lecite), emettere fatture false». Sulla stessa linea era stata depositata all'inizio di quest'anno un'altra sentenza, la numero 867 secondo cui «nelle c.d. “frodi carosello” - fondate sul mancato versamento dell'imposta incassata da società cartiere a seguito di acquisti intracomunitari, o altrimenti esenti, e successive rivendite anche attraverso l'interposizione di una o più società filtro (“buffers”) - il meccanismo dell'operazione e gli scopi che la stessa si propone, fanno presumere la piena conoscenza della frode e la consapevole partecipazione all'accordo simulatorio del beneficiario finale. La decisione depositata ieri dalla Suprema corte si allinea a un filone giurisprudenziale secondo cui è il fisco a dover provare l'inesistenza delle operazioni contestate. Una delle sentenze maggiormente motivate in questo senso è la n. 15395 depositata due anni fa dalla sezione tributaria e, nella quale era stato espressamente affermato che in ipotesi di fatture false grava sul fisco l'onere di provare che le operazioni, oggetto delle fatture, in realtà non sono state mai poste in essere. Ma se l'amministrazione fornisca validi elementi per affermare che alcune fatture sono state emesse per operazioni di tal fatta, passerà sul contribuente l'onere di dimostrare l'effettiva esistenza delle operazioni contestate».

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