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Antivirus, la fattura diventa baco contabile

del 14/12/2010
di: Roberto Rosati
Antivirus, la fattura diventa baco contabile
Antivirus scaricato da internet? Il pericolo è nella fattura, che può trasformarsi in un «baco contabile» per l'impresa. Quando si acquista via web un programma software o un qualsiasi altro servizio elettronico, la fattura del fornitore potrebbe infatti diventare un vero e proprio rompicapo per l'azienda e il suo consulente tributario, che perderanno un mucchio di tempo, invischiati in una situazione inestricabile ed esposta al pericolo di sanzioni per un'operazione di qualche decina di euro.

È un'esperienza che secondo quanto risulta a ItaliaOggi da qualche tempo stanno vivendo in molti. Si comincia con l'acquisto del programma via internet sul sito dell'azienda produttrice (di chiara fama internazionale), compilando una mascherina anagrafica nella quale ci si identifica come Alfa Srl, con tanto di numero di partita Iva, e si provvede contemporaneamente al pagamento del prodotto attraverso la carta di credito. Tutto fila liscio fino a quando si riceve (a volte dopo averla sollecitata telefonicamente nel recapito indicato sul sito) la fattura. Qui iniziano i problemi, perché il documento non è altrettanto chiaro come la fama del produttore. Al di là del marchio, riesce difficile persino identificare correttamente la ragione sociale e il domicilio del fornitore. L'indicazione di un indirizzo irlandese, comunque, induce a ritenere che il produttore (per esempio, americano) abbia fissato in Irlanda una propria entità commerciale, società o stabile organizzazione che sia, ovviamente allo scopo di fruire del regime fiscale iper-agevolato che quel paese accorda alle società. Ma lo sconcerto arriva quando si scopre che quella fattura, pur intestata alla committente Alfa Srl, della quale riporta il numero di partita Iva, evidenzia l'addebito dell'Iva italiana del 20%, che non dovrebbe invece figurare in nessun caso, dato che il fornitore non è un soggetto passivo stabilito in Italia, e non lo diventerebbe neppure nel caso in cui avesse aperto una partita Iva in Italia attraverso il rappresentante fiscale o l'identificazione diretta.

A questo punto, è bene ricordare che dal 1° gennaio 2010, per effetto della direttiva n. 2008/8/CE del 12 febbraio 2008 e del dlgs di recepimento n. 18/2010, le prestazioni di servizi c.d. generiche scambiate fra soggetti passivi dell'Iva si considerano territoriali nel paese in cui è stabilito il committente; se questi è stabilito in Italia, inoltre, l'imposta deve essere assolta dal committente stesso con il meccanismo dell'inversione contabile.

Questo è quanto risulta, infatti, dalle disposizioni degli articoli 7-ter e 17 del dpr 633/72. In base a dette disposizioni, pertanto, un'impresa stabilita in Italia che acquista servizi generici (tra i quali rientrano anche le prestazioni di e-commerce diretto, compresa la fornitura di programmi informatici via internet) da un fornitore estero, non può in nessun caso vedersi addebitare l'Iva dal fornitore in fattura, ma deve procedere all'auto-applicazione dell'imposta con il predetto meccanismo. Il fornitore estero che, nella situazione data, dovesse invece addebitare l'Iva nazionale nella fattura, eserciterebbe indebitamente la rivalsa. Ed è proprio ciò che si verifica. Tralasciando il profilo sanzionatorio e quello della possibile correzione dell'errore, il destinatario di una simile fattura, normalmente, solleciterebbe il fornitore a rimediare, eviterebbe di corrispondergli il pagamento dell'imposta indebitamente addebitata e attiverebbe il meccanismo di auto-applicazione. Nella situazione data, tuttavia, da un lato, il pagamento è già stato effettuato; dall'altro, le sollecitazioni si «perdono» nella struttura organizzativa del fornitore: dopo qualche telefonata al numero telefonico dell'assistenza italiana indicato nella fattura o nel sito, ci si sente rispondere che il problema è stato segnalato da molti clienti, ma la procedura è impostata così e la fattura non è modificabile. Tutto quello che si ottiene, insomma, è scoprire di essere in buona compagnia. Intanto il «baco» della fattura incoerente è oramai penetrato nell'azienda, che si chiede come comportarsi. E dunque altra perdita di tempo per studiare il da farsi. Fare o non fare l'autofattura è il primo dilemma. Secondo la legge, si dovrebbe. Se si omette, si rischia una sanzione la cui entità dipende dalla circostanza che il fornitore abbia comunque versato l'Iva indebitamente fatturata, oppure no: nel primo caso, la sanzione è il 3% dell'imposta, che resta detraibile; nel secondo, va dal 100 al 200% dell'imposta, e l'eventuale detrazione esercitata è indebita. Ma questo, se si tratta di pochi euro, è il problema minore. Il rischio maggiore, infatti, è l'omessa compilazione del modello Intrastat servizi, che deve essere presentato quando due soggetti comunitari si scambiano una prestazione generica imponibile. Con tutta la buona volontà, l'impresa non potrà eliminare questo rischio, perché, non essendo indicato nella fattura il numero di partita Iva irlandese del fornitore, non è possibile presentare il modello Intrastat, in quanto la procedura non consente la trasmissione telematica in mancanza del numero di partita Iva. A questo proposito, talvolta la fattura indica una partita Iva contrassegnata come «Ue», che però ha senso solo nell'ambito del regime speciale Iva sull'e-commerce delle imprese extracomunitarie nei confronti di privati consumatori comunitari (e non di imprese). Morale della favola: prima di cliccare «conferma l'acquisto», bisogna essere sicuri che, insieme al software, non si scarichi anche l'«invoice bag».

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