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Banche e pro quota, stretta fiscale

del 01/12/2010
di: di Fabrizio G. Poggiani
Banche e pro quota, stretta fiscale
È un indebito vantaggio fiscale utilizzare prodotti finanziari da parte delle banche se strutturati in modo tale che i partecipanti all'operazione, sfruttando la ripartizione pro-quota, monetizzino i crediti d'imposta riconosciuti con un effetto moltiplicatore su più beneficiari.

Ecco, in estrema sintesi, quanto affermato nella sentenza 242/01/10 dello scorso 29 novembre dai giudici della Commissione tributaria provinciale di Reggio Emilia, in tema di utilizzo di prodotti di natura finanziaria, che hanno portato alla rettifica di circa 17 milioni di euro a carico del Credito Emiliano Spa.

Tale rettifica, come indicato nel dispositivo, scaturisce da una verifica fiscale effettuata a carico dell'istituto di credito indicato dall'Agenzia delle entrate - Ufficio grandi contribuenti della direzione regionale dell'Emilia Romagna, con la quale l'ente accertatore ha ripreso a tassazione costi non inerenti riferibili a operazioni su titoli brasiliani e costi indeducibili per flussi reddituali pagati dalla banca al Crédit Suisse e alla Barclays, nonché recuperato un credito d'imposta non spettante per i redditi prodotti all'estero.

Preliminarmente, i giudici aditi hanno affermato che, per configurare l'elusione, risulta sufficiente un uso improprio o ingiustificato, ovvero «… non sorretto da idonee valutazioni di carattere economico che prescindano dal profilo fiscale …», di uno strumento giuridico legittimo (in tal caso, un prodotto finanziario) che renda non applicabile un regime fiscale proprio dell'operazione, nel rispetto del giusto presupposto dell'applicazione del tributo.

In estrema sintesi, l'istituto di credito aveva operato sul mercato internazionale con tre distinte modalità contrattuali che, di fatto, potevano essere ricondotte, per quanto concerne la prima fattispecie, semplicemente nell'erogazione di un finanziamento a un tasso inferiore rispetto a quello praticato nei prestiti effettuati tra primari istituti di credito, concretizzando una vera e propria operazione di pronti contro termini (operazione sui titoli brasiliani), per quanto riguarda la seconda fattispecie in un mero contratto simulato di usufrutto di azioni (operazioni sui titoli britannici) e, nella terza fattispecie, in un contratto che permetteva di ottenere, a fronte dell'applicazione di una sola ritenuta, il raddoppio del credito d'imposta su due soggetti diversi collocati sul nostro territorio e su quello inglese (Uk Bond).

Con particolare riferimento a detta ultima operazione, i giudici hanno rilevato l'estrema dannosità della stessa in capo alle relative amministrazioni finanziarie in quanto i benefici connessi al credito d'imposta maturato, per effetto delle ritenute in uscita, permettono il riconoscimento di due crediti d'imposta, pur non configurandosi una doppia imposizione del reddito realizzato.

Di conseguenza, nonostante la richiesta della banca di ottenere un riconoscimento dell'illegittimità della sanzione irrogata per insussistenza di una condotta sanzionabile, i giudici hanno rigettato il ricorso dei difensori per effetto dell'assenza di valide ragioni economiche del comportamento «abusivo» del vantaggio fiscale ottenuto (in assenza dei vantaggi indicati, infatti, alcune operazioni sono risultate in totale perdita), con la conferma della regolarità dell'accertamento basato, più che sulle disposizioni indicate nell'articolo 37-bis del dpr n. 600/1973, sui principi dettati dal diritto internazionale che preclude ai contribuenti di avvalersi di norme convenzionali per raggiungere finalità abusive, non accettate da nessun sistema tributario.

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