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Tempi stretti contro i licenziamenti

del 24/11/2010
di: di Daniele Cirioli
Tempi stretti contro i licenziamenti
Al via le nuove regole per impugnare i licenziamenti. Chi riceva da oggi una lettera d'addio da parte dell'azienda potrà contestarla entro 60 giorni (come con le vecchie regole), ma avrà tempo soltanto i successivi 270 giorni (in precedenza cinque anni) per depositare il ricorso in tribunale, pena l'inefficacia dell'impugnazione. In alternativa al ricorso, il lavoratore potrà chiedere il tentativo di conciliazione al termine del quale, in mancanza di accordo, avrà tempo 60 giorni per riproporre ricorso al giudice. È questa la nuova procedura, unica, per far causa all'impresa (rapporti di lavoro dipendente) o al committente (co.co.co. e lavoro a progetto) per la risoluzione del contratto di lavoro, prevista dalla legge n. 183/2010, il collegato lavoro, che entra oggi in vigore.

L'agenda del collegato. La data di entrata in vigore del Collegato determina decorrenze e scadenze delle novità introdotte, tra cui le deleghe di riforme. Ultimo appuntamento è fissato a fine dicembre 2014 quando è prevista la scadenza dell'obbligo di pagamento dell'aliquota di contribuzione aggiuntiva (0,09%), fissata a carico dei commercianti per la rottamazione negozi (si veda tabella). L'appuntamento più rilevante, tuttavia, è quello con la nuova disciplina d'impugnazione dei licenziamenti, specie con riferimento ai contratti a tempo determinato per i quali il primo termine di 60 giorni (23 gennaio 2010) opererà come termine decadenziale per i rapporti già conclusi (si veda altro articolo in pagina).

Come impugnare il licenziamento. Le nuove regole prevedono un doppio passo obbligatorio: prima la denuncia entro 60 giorni, poi il deposito del ricorso in tribunale entro i successivi 270 giorni.

Le nuove regole si applicano «a tutti i casi di invalidità del licenziamento» (si veda altro articolo in pagina). In base alla nuova procedura, il licenziamento deve essere impugnato a pena di decadenza entro 60 giorni dalla ricezione della sua comunicazione in forma scritta, ovvero dalla comunicazione anch'essa in forma scritta dei motivi ove non contestuale. L'impugnazione può avvenire con qualsiasi atto scritto, anche extragiudiziale, purché sia idoneo a rendere nota la volontà del lavoratore; può avvenire anche mediante intervento dell'organizzazione sindacale. Fin qui praticamente come per il passato. La novità è dunque questa: l'impugnazione, per non risultare inefficace, deve essere seguita, entro il successivo termine di 270 giorni, dal deposito del ricorso nella cancelleria del tribunale in funzione di giudice del lavoro.

Quindi, una volta spirato questo termine (270 giorni dopo la manifestazione d'intenzione di impugnare il licenziamento), il licenziamento non sarà più impugnabile. Dunque, la novità è la contrazione del termine decadenziale: da cinque anni a 270 giorni.

In alternativa al deposito in tribunale del ricorso, il lavoratore può chiedere alla controparte (cioè al datore di lavoro o al committente) un tentativo di conciliazione o l'arbitrato. In tal caso, se la conciliazione o l'arbitrato hanno successo, la questione si chiude con il lodo conciliativo o quello di arbitrato. Altrimenti, se la conciliazione o l'arbitrato sono rifiutati o se per essi non viene raggiunto l'accordo, riprenderà il decorso di un nuovo termine di 60 giorni per il ricorso al giudice (dal rifiuto o dal mancato accordo).

Diventa facoltativo il tentativo di conciliazione. Altre due novità rilevanti del processo del lavoro sono la riconduzione del tentativo di conciliazione alla facoltà delle parti (da obbligatorio) e l'introduzione di una pluralità di mezzi e di strumenti per la composizione negoziale delle controversie di lavoro, alternativi al giudizio del Tribunale. Per quanto riguarda la prima novità si tratta di un ritorno alla disciplina previgente la riforma del dlgs n. 80/1998 con una conseguenza sul piano pratico, di immediato effetto, che è questa: le parti (il datore di lavoro e il lavoratore) non sono più tenute ad attendere il decorso del termine previsto per il tentativo di conciliazione, prima di potersi rivolgere ad un giudice. Unica eccezione, per la quale cioè il tentativo di conciliazione era e rimane obbligatorio, e per l'ipotesi di presentazione di un ricorso avverso la certificazione di un contratto di lavoro.

Con la seconda novità, il Collegato mira a mettere a disposizione delle parti un ventaglio di opzioni più ampio per la soluzione in via negoziale, cioè di comune accordo, delle controversie sul lavoro.

È più ampio, rispetto al passato, anche l'ambito di applicazione: vale, infatti, per i giudizi relativi ai rapporti previsti dall'articolo 409 del codice di procedura civile. Pertanto, non soltanto rapporti di lavoro subordinato, ma anche rapporti di mezzadria, colonia parziaria, compartecipazione agraria, di affitto a coltivatore diretto e altri contratti agrari; nonché rapporti di agenzia, di rappresentanza commerciale e altri rapporti di collaborazione (come co.co.co. e lavoro a progetto); rapporti di lavoro dei dipendenti di enti pubblici e altri rapporti di lavoro pubblico (incluse le pubbliche amministrazioni).

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