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Sommerso e salvato

del 24/11/2010
di: Pagina a cura di Debora Alberici
Sommerso e salvato
Il fisco non può irrogare le sanzioni per il lavoro nero basandosi soltanto sull'assenza in azienda delle scritture contabili.

Lo ha stabilito la Suprema Corte di cassazione che, con la sentenza n. 23727 del 23 novembre 2010, ha respinto il ricorso dell'amministrazione finanziaria inasprendo di fatto l'onere probatorio a carico del fisco. È successo in un'azienda di Matera. Dopo un'ispezione della Guardia di finanza dalla quale era emersa l'assenza, nella sede sociale, delle scritture contabili, erano scattate le sanzioni amministrative. Il contribuente aveva impugnato l'atto di fronte alla commissione tributaria provinciale e aveva vinto. In particolare i giudici di merito avevano annullato le sanzioni del fisco sostenendo che non era sufficiente, ai fini probatori, la mancata presenza, in sede, dei libri matricola con i nomi dei lavoratori.

Contro questa decisione l'amministrazione ha presentato ricorso al Palazzaccio ma ancora i giudici con l'Ermellino lo hanno integralmente respinto.

Infatti, ha messo nero su bianco Piazza Cavour, il ricorso del fisco muove dal presupposto che, ai sensi dell'articolo 20 del dpr 1224 del 1965, «l'assenza di scritture obbligatorie sul luogo di lavoro pone una assoluta presunzione (e insuperabile) di assunzione di lavoratori in nero; presunzione che la disposizione, tuttavia, non rileva». Anche la Procura generale della Suprema Corte, nell'udienza tenutasi al Palazzaccio lo scorso 14 ottobre, ha concluso chiedendo al Collegio di legittimità di bocciare il ricorso dell'amministrazione finanziaria.

Un altro punto in favore delle imprese la sezione tributaria della Suprema Corte di cassazione lo ha segnato a dicembre dell'anno scorso quando, con la sentenza n. 26874, ha sancito che non è necessaria, in caso di sanzioni per lavoro nero, la partecipazione del contribuente al procedimento amministrativo. In quelle motivazioni si legge infatti che «poiché per l'irrogazione delle sanzioni per l'impiego di lavoratori dipendenti non risultanti dalle scritture o altra documentazione obbligatoria (cosiddetto lavoro nero), previste dall'art. 3 del d.l. 22 febbraio 2002, n. 12, convertito in legge 23 aprile 2002, n. 73, si applica il procedimento di cui alla legge 24 novembre 1981 n. 689, non si osservano le disposizioni sulla partecipazione degli interessati al procedimento amministrativo ex art. 7 della legge 7 agosto 1990, n. 241, le quali configurano una normativa generale su cui prevale la legge speciale, in quanto idonea ad assicurare garanzie di partecipazione non inferiori al “minimum” prescritto dall'anzidetta normativa generale».

Mentre nel 2008 la suprema corte depositò una sentenza, la n. 6964, secondo cui le sole matrici degli assegni ritrovate in azienda, che riportano nella causale la voce stipendio sono un indizio grave preciso e concordante di lavoro nero e quindi giustificano l'accertamento induttivo da parte dell'amministrazione finanziaria.

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