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Lavoro, serve una riforma

del 23/11/2010
di: di Orazio Di Renzo* * presidente del Cnai
Lavoro, serve una riforma
Non esiste uguaglianza senza equilibrio tra diritti e doveri. Secondo il Cnai non si può parlare di Statuto dei lavoratori se prima non si uguagliano i doveri, le responsabilità e i diritti dei lavoratori. Bisogna lavorare intensamente per creare una situazione bilanciata, occorre riflettere sulla distinzione di trattamento tra impiego pubblico e privato. Lo statuto parla espressamente di norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori. La libertà si basa però su un solido equilibro tra prendere e avere. L'uguaglianza sociale necessita di quella del lavoro. Eppure è opinione comune e, vogliamo dire anche un dato di fatto, che chi lavora in aziende private si muove in un ambiente totalmente differente da quello pubblico.

La dignità del lavoratore riguarda chiunque abbia un'occupazione. E non si tratta solo di lavorare, ma anche di poter contare su condizioni accettabili per tutti.

Secondo la Costituzione, lo stato garantisce ai lavoratori la partecipazione alla vita collettiva secondo il principio di uguaglianza. Il lavoro non è solo un rapporto economico, ma anche un valore sociale. In particolare la nostra carta fondamentale vede nel primo articolo il riconoscimento che «L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro»; il 35 «tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni» curandone anche la formazione e l'elevazione professionale; il 36 sancisce il diritto del lavoratore «a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa»; il 37 estende alla donna «gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore»; il 38 tutela l'assistenza sociale e le forme di previdenza, mentre l'art. 41 parla di sicurezza nel lavoro.

Dalla Costituzione, dunque, si evince chiaramente che il compenso economico deve essere proporzionato al tipo e alla mole di lavoro svolto. Ma in Italia è davvero così? A oggi vi è un forte sbilanciamento dalla parte del pubblico impiego, dove il ruolo del dipendente nel rapporto di lavoro è ampliato. Questa misura di vantaggio trasla anche all'esterno del luogo di svolgimento della prestazione, assumendo contenuti non solo economico-professionali, ma anche personali e sociali.

In concreto: il lavoratore pubblico lavora meno ore con tutte le conseguenze positive in termini di tempo libero e ha più benefici previdenziali e sanitari. E poi non è da trascurare la «sicurezza» della propria occupazione, nel senso che è molto più difficile perdere il posto. Vi è così una tutela maggiore della posizione del lavoratore impiegato nel settore pubblico, in ordine alla prevenzione e alla salvaguardia del rapporto di lavoro con un estensione di garanzie che ne esaltano le condizioni soggettive.

Non devono esserci restrizioni all'uguaglianza che danno vita a lavoratori di prima e di seconda categoria, poiché il riconoscimento del diritto al lavoro, collegato ad esigenze di ordine personale e a valori di natura sociale, deve fornire a tutti le stesse garanzie e condizioni.

Da sempre vige una protezione globale della figura del lavoratore pubblico che ha favorito privilegi anche di natura non economica. Tuttavia non vi sono norme che abbiano organizzato i doveri e soprattutto le specifiche responsabilità.

La stessa organizzazione (Aran) che assieme ai sindacati dei lavoratori regola le negoziazioni del rapporto di lavoro pubblico, per un principio di equità dovrebbe essere composta da organizzazioni datoriali, di natura privatistica e da personalità designate dal governo ma non aderenti ad alcun sindacato dei lavoratori dipendenti, in virtù della subordinazione del servizio pubblico a favore dell'intero apparato società–cittadini.

Se vogliamo veramente rivedere lo Statuto dei lavoratori in un'ottica di etica e di miglioramento delle politiche attive del lavoro, deve assumere maggior rilevanza il riconoscimento della cultura delle pari dignità alla persona. Considerare il fenomeno come totalizzante, perché investe l'individuo sia sul mondo professionale sia nella sua dimensione sociale.

Solo in questa maniera si può riequilibrare la piattaforma del mercato del lavoro che vede agire insieme soggetti con «protezioni» differenti, e per alcuni aspetti anche variabili.

La permanenza del lavoratore privato all'interno della stessa realtà aziendale si è andata riducendo drasticamente, creando via via situazioni di insicurezza e di incertezza. Il mercato del lavoro cambia, continua ad evolversi, risponde agli impulsi dell'economia globale, e la sicurezza per il lavoratore diminuisce. Nel settore privato non sono più lo Stato o l'ambiente socio-lavorativo a realizzare politiche di welfare e di stabilità dell'occupazione, ma diviene la capacità professionale del singolo a farlo rimanere al centro del nucleo di interessi.

L'evoluzione delle dinamiche di scambio, i cambiamenti economici e quelli tecno-scientifici richiedono competenze specifiche e il miglioramento (se non la creazione ex novo) di un know how specifico, portando la persona al confronto diretto con l'ambiente della propria occupazione.

Il lavoratore deve affrontare un'esperienza in cui è chiamato non a occupare un posto fisso in un'organizzazione che durerà per tutta la sua vita, ma a relazionarsi con un percorso mutevole. Non vi saranno adeguate protezioni per la persona, tantomeno per il mantenimento del suo ruolo sociale, ma l'accentuazione delle discriminazioni e lo sviluppo di nuovi ceti deboli.

Cominciamo nel muoverci verso la costruzione di una sovrastruttura unica, dove il primo obiettivo è la dignità dell'uomo che lavora.

Bisogna poi proseguire con il ripristinare una pari dignità in termini di doveri e di responsabilità, eliminando le diversità tra sistema pubblico e privato. Perché riconoscere la dignità del lavoratore significa anche ritenerlo all'altezza di potersi assumere le proprie responsabilità.

Ricordiamoci delle norme disciplinari e delle responsabilità nel lavoro. Dobbiamo credere al principio della leale collaborazione e dare fiducia al lavoratore, ma al tempo stesso introdurre un sistema uniforme di controlli rigorosi e trasparenti, garantendo la certezza della sanzione, con regole di sistema e norme generali di comportamento, soprattutto per chi riveste una funzione pubblica. Bisogna attivare autentiche sanzioni disciplinari per la violazione delle norme etiche, e prevedere il licenziamento automatico per giusta causa e la condanna per il riconoscimento di qualsiasi reato.

Parliamo per esempio del diritto alle ferie: va rimodulato e uniformato per chiunque lavori. Tutti, come diritto inderogabile di base, devono vedersi riconosciuto il medesimo periodo feriale. La contrattazione dovrà poi intervenire per renderlo flessibile e conforme alle esigenze peculiari del lavoro svolto e del territorio.

Le politiche economiche di mercato e le conseguenti dinamiche del lavoro corrodono il tempo a disposizione della persona, annientando la diversità tra tempo di lavoro e tempo libero individuale. L'aspetto del tempo e quello economico rappresentano condizioni preliminari per lo sviluppo dei rapporti familiari e ancora di più, quelli collettivi, ma oggi per alcuni è un privilegio e per altri una dannosa lacuna.

È necessaria una riformulazione delle norme per l'orario di lavoro, e in caso di esigenze strutturali tipiche dell'attività esercitata, si deve prevedere un orario minore; dovremmo monetizzare concretamente questo beneficio, favorendo coloro i quali lavorano di più con diverso riconoscimento di ugual valore.

Se venisse discussa e condivisa questa riforma dello statuto dei lavoratori, ci sarebbero cambiamenti rivoluzionari anche nello scottante settore delle pensioni. Avremmo tracciato così le linee di principio per dar vita ad un nuovo sistema pensionistico collettivo italiano.

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