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I precari fuori casa

del 23/11/2010
di: di Valerio Stroppa
I precari fuori casa
L'ingresso nel mondo del lavoro del figlio maggiorenne fa cessare l'obbligo di mantenimento. Anche se in seguito il giovane, magari perché assunto a tempo determinato, perde l'impiego. Il principio è stato ribadito dalla prima sezione civile della Corte di cassazione, con la sentenza n. 23590/10, depositata ieri in cancelleria. Secondo i giudici del «Palazzaccio», infatti, il diritto del coniuge separato di ottenere dall'altro coniuge l'assegno per il mantenimento del figlio maggiorenne convivente «è da escludere quando quest'ultimo, ancorché allo stato non autosufficiente economicamente, abbia in passato iniziato a espletare un'attività lavorativa». Tale circostanza, infatti, è idonea a dimostrare l'avvenuta maturazione del figlio, tale da affrancare il genitore dall'onere di sostentarlo economicamente, «senza che assuma rilievo il sopravvenire di circostanze ulteriori le quali, se pur determinano l'effetto di renderlo privo di sostentamento economico, non possono far risorgere un obbligo di mantenimento i cui presupposti siano già venuti meno». Con tale pronuncia, che richiama le sentenze della Cassazione n. 26259/2005 e n. 12477/2004, la Suprema corte respinge dunque le tesi della madre ricorrente, la quale invece affermava che, essendo il figlio rimasto disoccupato dopo la scadenza del suo contratto a tempo determinato, egli non poteva ritenersi entrato stabilmente nel mondo del lavoro.

La vicenda originava dalla riduzione, da parte del tribunale di Siena, dell'assegno mensile di mantenimento corrisposto dal marito alla moglie separata e a ciascuno dei figli, sulla base della diminuzione dei redditi di lui causa cessazione della propria attività professionale, del miglioramento della situazione patrimoniale di lei e della raggiunta indipendenza economica del figlio, ormai divenuto maggiorenne. Tale riduzione veniva ulteriormente ampliata da un decreto della Corte d'appello di Firenze, che disponeva anche la cessazione dell'assegno di mantenimento del figlio maggiore. Da qui il ricorso per Cassazione presentato dalla signora, basato, tra l'altro, sulla riduzione (ritenuta immotivata) dell'assegno di mantenimento e sulla statuizione (ritenuta illegittima) in ordine alla cessazione dell'assegno a favore del figlio maggiorenne.

Sul primo punto, gli «ermellini» dichiarano il motivo inammissibile, poiché si tratta di una mera sollecitazione a riesaminare la consulenza tecnica sulla quale il giudice di merito si è basato, e quindi di una questione di merito, preclusa in sede di legittimità.

Parimenti, la Cassazione giudica infondato anche il secondo punto, validando, come illustrato in precedenza, l'operato della Corte di appello. Viene accolta, invece, la motivazione relativa allo svincolo di una quota parte di una polizza vincolata a favore della moglie, poiché relativa a un'azione che non era stata richiesta dalle parti. Non potendo pertanto essere quest'ultima disposta d'ufficio dal giudice del reclamo, la Corte cassa senza rinvio il decreto impugnato nella parte inerente alla censura accolta, rigettando gli altri motivi.

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