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Sfratti-lumaca, indennizzi frenati

del 16/11/2010
di: di Debora Alberici
Sfratti-lumaca, indennizzi frenati
La Cassazione frena sui risarcimenti per i procedimenti di sfratto durati troppo a lungo: il cittadino non ha diritto al danno patrimoniale ma solo all'equo indennizzo liquidato secondo i parametri sanciti dalla Corte di giustizia. La Cassazione con sentenza 23053 del 15/11/2010 ha respinto il ricorso di un cittadino che aveva impiegato 14 anni per liberare alcuni appartamenti. C'erano voluti 43 accessi dell'ufficiale giudiziario, e 14 anni complessivi. Per questo l'uomo si era rivolto alla Corte d'appello di Perugia. Chiedeva la condanna del ministero di grazia e giustizia alla liquidazione dei danni, patrimoniali e non. Il tribunale aveva bocciato la domanda in relazione agli ultimi otto anni e così l'uomo aveva presentato ricorso alla Suprema corte. Anche in questa sede, però, le lamentele non sono state accolte: il giudice ha infatti stabilito che, «l'emergenza abitativa del paese è un problema noto a tutti i cittadini, e così la carenza di immobili disponibili e il conseguente maggior valore di un immobile libero rispetto a uno occupato, sono circostanze che dovevano indurre l'uomo a ritenere congruo un processo di almeno sei anni». Ma non basta. Secondo la prima sezione civile «in rapporto ai danni da mancata disponibilità dell'immobile oggetto di rilascio, esattamente essi nel decreto sono collegati a vicende diverse dalla mera durata del processo, essendo l'emergenza abitativa uno dei problemi rilevanti del paese dal dopoguerra in poi; del resto, il ricorrente non poteva ignorare le difficoltà di recupero dell'immobile di sua proprietà in locazione a terzi, data la notorietà del problema delle carenze di abitazioni disponibili sul mercato immobiliare, con la conseguenza che un appartamento libero ha di regola un prezzo maggiore di uno occupato». Comunque il ritardo nella riconsegna e nel mancato godimento dell'appartamento, non necessitato da norme che ne vietino il rilascio, è esclusivamente dovuto alla resistenza della controparte nel processo presupposto, e quindi «non è imputabile all'apparato statale e allo strumento processuale con la sua durata, e il ricorso anche per tale profilo è quindi infondato, anche a non considerare la inconferenza del quesito di diritto conclusivo, che non riguarda il nesso eziologico tra danni patrimoniali e durata del processo».
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