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Verso brevetti poliglotti

del 10/11/2010
di: La Redazione
Verso brevetti poliglotti
Le imprese potranno depositare le domande nella propria lingua, scegliendo la lingua in cui sarà emesso il brevetto fra inglese, francese e tedesco. Successivamente, il proprietario del brevetto dovrà tradurlo a proprie spese in una seconda lingua, che dovrà essere obbligatoriamente l'inglese se il brevetto è in francese o tedesco; se, invece, i brevetto è stato emesso in inglese, il proprietario dovrà tradurla in una qualsiasi delle altre lingue ufficiali dell'Ue. Un italiano, insomma, potrà depositare la domanda nella propria lingua, ottenere il brevetto in inglese e tradurlo poi in italiano. Esisteranno dunque due versioni per ciascun brevetto del nuovo Ufficio unico europeo: una in inglese, e la seconda in una delle altre lingue ufficiali dell'Ue, presumibilmente la lingua madre del proprietario del brevetto. Questo il possibile compromesso messo a punto dalla presidenza di turno belga dell'Ue, in collaborazione con la Commissione, per far uscire dall'impasse il regolamento sul brevetto unico europeo, se la proposta sarà approvata dai ministri dei Ventisette, riuniti in un Consiglio competitività straordinario oggi a Bruxelles (per l'Italia dovrebbe partecipare il titolare delle politiche europee Andrea Ronchi). Il compromesso è un tentativo di venire incontro a Italia e Spagna, i due stati membri che hanno bloccato il regolamento perché non accettano che i brevetti possano essere emessi solo in tre lingue dell'Ue, inglese, francese e tedesco. Non è ancora chiaro quale sarà la reazione di italiani e spagnoli alla proposta di compromesso. L'Italia, come anche la Spagna, vorrebbe un passo in più, (in particolare una maggiore chiarezza sui tempi del periodo transitorio in attesa della traduzione e sul valore legale delle traduzioni automatiche) e non sarebbe disposta a firmare l'accordo neanche davanti all'alternativa di una «cooperazione rafforzata» fra gli altri stati, che escluderebbe l'Italia dal brevetto Ue. Si percepisce anche un certo malumore da parte dei paesi «anglofili», che erano favoriti dalla proposta iniziale della Commissione europea, che non prevedeva l'obbligo di tradurre i brevetti in una seconda lingua dell'Ue, e privilegiava solo le tre lingue «più importanti» secondo la proposta stessa. Tanto che la Commissione si aspetta che nelle prossime ore giunga a Bruxelles un lettera firmata da una mezza dozzina di stati membri (tra cui Gran Bretagna, Irlanda, Olanda, Svezia, Estonia) con la richiesta di ipotizzare una «cooperazione rafforzata» sul tema. Secondo questo nuovo meccanismo previsto dai trattati Ue, gli stati membri (almeno nove) che vogliono andare avanti nell'integrazione in determinati settori senza aspettare gli altri, più reticenti, possono farlo, istituzionalizzando così il proprio ruolo di avanguardia. In questo caso, però, è chiaro che si tratta più di un tentativo di pressione politica su Spagna e Italia che non di un tentativo serio di dar vita a una cooperazione rafforzata, visto che lo scopo del brevetto unico europeo è proprio quello di evitare che la protezione legale delle invenzioni valga solo in alcuni paesi e non in tutti quelli del mercato europeo. Il brevetto unico mira a sostituire il sistema attuale, gestito dall'Epo (European patent office) di Monaco di Baviera e basato su una convenzione intergovernativa fra 38 paesi europei, con un sistema comunitario. Oggi, chi vuole un brevetto deve depositare all'Epo la richiesta indicando per quanti e quali paesi della Convenzione vuole che valga, e pagando proporzionalmente. Tanto che, con il sistema attuale, un brevetto valido solo nella metà dell'Ue è dieci volte più caro del costo di un brevetto per tutto il mercato Usa. Con il nuovo sistema, invece, si potrà deporre la domanda per tutto il Mercato unico europeo, con la certezza che, in caso di controversia, vi sarà una Corte unica a giudicare (e non una Corte per ogni paese).
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