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Studio di settore mai in pensione

del 06/11/2010
di: di Debora Alberici
Studio di settore mai in pensione
Studi di settore applicabili anche se il professionista cerca di dimostrare un reddito inferiore sostenendo di non avere una famiglia da mantenere e di percepire aiuti economici e pensione. È quanto sancito dalla Corte di cassazione che, con la sentenza n. 22555 del 5 novembre 2010, ha respinto il ricorso di un architetto pensionato che contestava un accertamento Irpef, basato sugli studi, sostenendo lo scostamento dagli standard. In particolare secondo il professionista la sua situazione personale, giustificava un reddito più basso. Ma i giudici di Piazza Cavour, in barba a quanto sostenuto l'anno scorso dalle Sezioni unite civili che, in un primo momento sembravano aver seppellito gli studi, disapplicabili, aveva sostenuto il Collegio esteso, a seconda della situazione personale del contribuente, hanno dato torto all'architetto. In particolare secondo la Cassazione, in mancanza di prove più precise, lo studio va comunque applicato. In proposito si legge in sentenza che «non necessariamente (né ordinariamente) il professionista che benefici di pensione, che non abbia nessuno da mantenere e che goda di un supporto familiare svolge e/o deve svolgere un'attività professionale ridotta rispetto al collega che viva solo degli onorari professionali, abbia familiari da «mantenere» e provveda in proprio anche alle spese di alloggio». Il caso riguarda un architetto di Milano al quale era stato notificato un accertamento basato digli studi di settore. Lui lo aveva subito impugnato sostenendo di guadagnare meno rispetto ai colleghi milanesi. E aveva tentato di dimostrarlo sulla base di tre parametri. Percepiva una pensione, quindi non dedicava tutto il suo tempo all'attività libero professionale, non aveva una famiglia da mantenere e soprattutto riceveva ancora aiuti in denaro dai suoi genitori (per mantenere un alloggio). La commissione tributaria provinciale gli aveva dato ragione, perché, a parere dei primi giudici, i tre motivi addotti dal professionista erano sufficienti a giustificare uno scostamento dagli standard.

Ma in appello le cose erano cambiate. La commissione tributaria regionale aveva infatti accolto il gravame dell'amministrazione finanziaria.

Contro questa decisione l'uomo ha fatto ricorso in Cassazione ma senza successo.

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