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Democrazia è libera scelta

del 04/11/2010
di: di Manola Di Renzo
Democrazia è libera scelta
I sindacati dovrebbero aiutare i lavoratori. Il condizionale è d'obbligo visto che a volte danno l'impressione di pensare ai propri interessi, senza quell'etica che ci si aspetterebbe.

Ci giunge notizia che a seguito del rinnovo del contratto collettivo dei metalmeccanici viene richiesta a ogni lavoratore non ancora associato il versamento di un contributo associativo di natura straordinaria pari a 30,00 euro. Per doverosa correttezza e trasparenza, sottolineo che i lavoratori dipendenti operanti nelle aziende nostre associate e che di conseguenza applicano i contratti siglati dal Cnai non devono versare alcun contributo associativo.

E nessun lavoratore non iscritto a un sindacato del comparto metalmeccanico deve dare un contributo sindacale.

Credo che questa sia la strada per la democrazia sindacale: la libera scelta.

L'iscrizione sindacale è libera, non può essere in nessun modo imposta. Altrimenti quando si parla di «democrazia sindacale» non si fa altro che riempirsi la bocca di parole vuote.

Non si può pretendere, attraverso un contratto collettivo nazionale del lavoro, l'appartenenza al sindacato. Il motivo è logico: l'applicazione dello stesso è decisa dall'azienda, il lavoratore subisce la scelta del Ccnl applicato.

Una scelta imposta smette di essere tale, divenendo un obbligo. Chi si fa paladino di principi nobili come il rispetto dei diritti e la libertà dovrebbe riflettere. Non vogliamo attaccare il sindacato. Piuttosto ci sembra necessario mettere in luce alcune contraddizioni di quegli attori del «sistema lavoro» che spesso frenano i cambiamenti.

Le aziende non possono fungere da esattori per conto dei sindacati. Sarebbe come sminuire il ruolo delle imprese e portarle ad essere delle «controllate» di chi dovrebbe invece pensare a fare da tramite con i lavoratori. Considerando che il 90% dei lavoratori, ovvero la quasi totalità, non è iscritto al sindacato, ci si può facilmente rendere conto di come e quanto il mercato del lavoro sia limitato e addirittura frenato.

I sindacati che hanno istituito questa quota associativa sostengono che si tratti di un rimborso a fronte dell'attività di negoziazione svolta per il rinnovo contrattuale.

Al contributo in questione, secondo gli accordi siglati, si dovrebbe applicare la clausola del «silenzio-assenso».

Per non vedersi sottrarre 30 euro dalla busta paga bisogna esprimere un esplicito rifiuto. Ma non dovrebbe essere il lavoratore a scegliere liberamente di associarsi a un sindacato?

Il meccanismo non può funzionare così.

Questo meccanismo è una beffa perché si prende gioco di quei poveri lavoratori che per vedersi riconoscere un aumento retributivo di circa 95 euro, da riscuotere tra l'altro, in tre anni, si vedono sfilare 30 euro dal portafoglio.

E se i lavoratori metalmeccanici non iscritti sono circa un milione e la quota è pari a euro 30,00, si tratterebbe di circa 30 milioni di euro nelle tasche dei sindacati.

Viene da pensare che le consulenze in certi uffici costano care, e ci si chiede chi ci guadagni da questo rinnovo. I lavoratori, l'impresa o il sindacato?

La risposta è scontata. E i «guadagni» non sono solo in termini di denaro. Il tempo e le possibilità aziendali di sviluppo e crescita sono spesso frenate dalle posizioni estremiste di alcuni protagonisti degli accordi sul lavoro.

La perplessità cresce se si pensa alle dichiarazioni di alcune parti sindacali in cui hanno messo in evidenza che si devono preoccupare di tutelare i lavoratori con particolare riguardo alle fasce più deboli.

Il sistema della rappresentanza sindacale dovrebbe basarsi sulla possibilità di scelta. Così non è, e il rischio è di rallentare il sistema paese. Un rischio che l'Italia non può correre.

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