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Clienti, perdita dedotta

del 22/10/2010
di: Valerio Stroppa
Clienti, perdita dedotta
L'imprenditore che rinuncia a un credito per timore di perdere un importante cliente (verso cui il credito è vantato) può dedurre dal reddito la perdita. Tuttavia, è suo onere dimostrare che il debitore è un cliente di notevole rilevanza, la cui perdita arrecherebbe all'impresa un danno maggiore di quello della perdita del credito. È questo il principio affermato dalla Ctp di Reggio Emilia con la sentenza n. 95/01/10. La vicenda vedeva una spa ricorrere contro l'Agenzia delle entrate, che aveva emesso un avviso di accertamento ai fini Irap e Iva relativo a diverse violazioni. Tra i rilievi mossi dal fisco c'era la deduzione, ritenuta illegittima dall'ufficio reggiano, delle perdite su crediti. Si trattava di crediti «girati» al relativo fondo svalutazione senza che le perdite avessero caratteri di certezza e precisione, come invece previsto dall'articolo 101, comma 5 del Tuir. In particolare il credito riguardava una fornitura che non era stata pagata dal cliente, in quanto quest'ultimo riteneva difettosa la merce. Successivamente, l'impresa aveva rinunciato al proprio credito senza esperire alcun tentativo di incasso in sede contenziosa. Motivo per cui l'Agenzia ha contestato la deducibilità delle perdite su tali crediti. Il quinto comma dell'articolo 101 del Tuir prevede che le perdite su crediti sono deducibili se risultano da elementi certi e precisi.

Secondo la società, la scelta di rinunciare agli importi vantati era stata adottata sia per evitare «il protrarsi di costose azioni giudiziarie» sia perché le stesse «avrebbero rischiato di far perdere un prezioso cliente». La rinuncia al credito, pertanto, era ritenuta dalla spa giustificata da valutazioni di opportunità gestionale, che non compromettevano la deducibilità.

La Ctp Reggio Emilia rileva che è necessaria la dimostrazione dell'inevitabilità della perdita e, pertanto, l'esperimento da parte dell'imprenditore di ogni possibile azione (giudiziale o stragiudiziale) per il recupero delle somme. Tuttavia, laddove il creditore rinunci alle proprie spettanze, tale scelta deve costituire, si legge nella sentenza, «il male minore, per il probabile costo dell'azione in rapporto all'ammontare e/o tipologia del credito, per le ipotizzabili possibilità di recupero o per altri motivi, che però devono essere sempre supportati dalla ragionevolezza nell'ambito di una proficua gestione dell'impresa». In sostanza, secondo i giudici emiliani, il timore di perdere un buon cliente giustifica la rinuncia al credito, senza pregiudicare la possibilità di dedurre fiscalmente la perdita. Tuttavia, è onere dell'imprenditore dimostrare che il debitore è per lui un cliente importante, e che il «pro» di un'azione giudiziale o stragiudiziale (recupero del credito) porterebbe in realtà un «contro» ben maggiore (la perdita del cliente stesso). Nel caso di specie, non avendo la ricorrente dato prova di ciò, il rilievo dell'ufficio è ritenuto legittimo, anche se l'atto impugnato viene parzialmente annullato sulla base di altre motivazioni.

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