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L'Ue vota sull'obbligo del made in

del 21/10/2010
di: da Bruxelles Gianluca Cazzaniga
L'Ue vota sull'obbligo del made in
Dopo cinque anni il dossier «made in» approda finalmente a Strasburgo. Oggi gli eurodeputati riuniti in sessione plenaria votano la bozza di regolamento sull'indicazione del paese di origine di certi prodotti importati da paesi non-europei. Ad esempio gioielli, capi d'abbigliamento, lenti, occhiali e oggetti d'arredo, ma anche farmaci e pneumatici. L'esito del voto non è scontato, anche se la commissione commercio internazionale dell'Europarlamento ha già approvato a larga maggioranza (19 voti favorevoli, 2 contrari e 2 astenuti) la relazione presentata da Cristiana Muscardini, europarlamentare italiana che fa capo al gruppo politico dei popolari europei. «I popolari hanno dimostrato compattezza durante il voto in commissione commercio internazionale, però gli svedesi e buona parte dei tedeschi restano contrari», ha dichiarato la Muscardini a ItaliaOggi in vista del voto in plenaria. Del resto si tratta di un atteggiamento storico, secondo l'eurodeputata del Popolo delle libertà (Pdl), dato che Svezia e Germania hanno sempre dimostrato una forte disattenzione al problema della denominazione d'origine prodotti extra-europei. «Non si capisce perché i cittadini cinesi o americani debbano avere il diritto di conoscere l'origine dei prodotti che vogliono acquistare, mentre i cittadini europei no», ha aggiunto l'eurodeputata italiana. Nonostante alcune possibili defezioni, però, la vicepresidente della commissione commercio internazionale si aspetta che i popolari tedeschi rispettino gli accordi: cioè il sostegno al regolamento in cambio dell'esclusione dei prodotti semilavorati. Un compromesso denunciato nei giorni scorsi dalla Lega Nord. «Ciò significa che tutti i semilavorati, prodotti nei Paesi extra Ue, una volta giunti in Italia, per un'ultima - e magari insignificante - lavorazione, probabilmente effettuata in un laboratorio cinese, si potrebbero fregiare a torto del marchio made in Italy, ingannando appieno il consumatore», ha affermato da Francesco Enrico Speroni, capodelegazione della Lega Nord e co-presidente del gruppo Europa della Libertà e della Democrazia al Parlamento europeo. Nella bozza di regolamento presentata alla fine del 2005, infatti, la Commissione europea aveva proposto di applicare la denominazione d'origine ai prodotti industriali, ad esclusione dei prodotti della pesca e dell'acquacoltura (soggetti al regolamento comunitario numero 104 del 2000) e dei prodotti alimentari (soggetti al regolamento comunitario numero 178 del 2002). Cristiana Muscardini non è l'unica parlamentare italiana impegnata sul dossier made in. Anche Gianluca Susta dei socialisti europei e Niccolò Rinaldi dei liberali europei sono in prima linea. «Speriamo che l'aula segua la commissione commercio internazionale», ha dichiarato Susta. «Indubbiamente c'è un fronte che si dichiarerà contrario», ha aggiunto, precisando però che i socialisti sono compatti su questo provvedimento. Susta ha ricordato che, dopo varie dichiarazioni d'intenti, per la prima volta il Parlamento europeo si trova a votare una proposta legislativa. Grazie alle nuove regole introdotte con l'entrata in vigore del trattato di Lisbona. «Oggi c'è parità tra noi e il Consiglio (l'organo che rappresenta i 27 stati membri dell'Ue, ndr)», ha concluso l'eurodeputato del Partito democratico (Pd). «Confidiamo in un voto che esprima una maggioranza netta e chiara». Non solo i socialisti, ma anche i liberali europei hanno serrato i ranghi. «Noi siamo compatti», ha dichiarato Niccolò Rinaldi dell'Italia dei valori (Idv) all'indomani del voto. «È un risultato importante, perché il gruppo dei liberali europei è essenzialmente nordico», ha spiegato. Secondo Rinaldi restano alcuni nodi da sciogliere, tra cui la durata del provvedimento. «Io avrei preferito un regolamento definitivo, ma credo che [la clausola di revisione dopo cinque anni] sia un compromesso ragionevole. Riesco a portare al voto anche tedeschi e britannici», ha aggiunto. Il voto di oggi rappresenta una tappa importante, ma serve anche il via libera dei Ventisette per trasformare la bozza di regolamento in legge. Il che significa che bisogna convincere paesi come Germania e Regno Unito.

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