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Prova girata a carico del contribuente

del 13/10/2010
di: Pamela Pennesi e Giuseppe Ripa
Prova girata a carico del contribuente
Scudo fiscale, l'Agenzia delle entrate vuole vederci chiaro. E tenta di girare la prova a carico del contribuente. Con la circolare n. 52/E dell'8 ottobre 2010 (si veda ItaliaOggi del 9 ottobre 2010) detta le prime istruzioni operative agli Uffici per andare a «stanare», è proprio il caso di dirlo, quanti si sono avvalsi della opportunità di regolarizzare la propria posizione. Così chi era indagato, ma non ancora imputato si trova a perdere gli effetti positivi della sanatoria perché non è necessario che sia stata contestata la violazione agli obblighi dichiarativi della detenzione o della movimentazione di attività patrimoniali o finanziarie all'estero ma è sufficiente che il soggetto abbia ricevuto notifica degli atti amministrativi relativi alle attività di accertamento ricomprendendovi, gli inviti, le richieste, i questionari e le semplici domande. In questi casi lo scudo non lascia nessuna chance al soggetto avvisato. Per verificare se alla data della presentazione pendeva un'attività istruttoria gravante sul contribuente verificato, l'Agenzia è tenuta a consultare i dati presenti a sistema; in caso positivo, occorre che essa chieda agli Uffici verificatori se il soggetto ne avesse avuto formale conoscenza.

La circolare sottolinea che a tal fine «dovrà essere presa in considerazione ogni evidenza esistente a sistema pendente alla data della presentazione della dichiarazione riservata riferibile a tutti i periodi d'imposta, per qualsiasi motivo ancora accertabili a partire dal 2008».

La suddetta circolare si focalizza ad individuare i controlli e i documenti che può richiedere per verificare la sussistenza dei requisiti alla base dei benefici dello scudo. Nel porre in essere tali controlli l'Ufficio dovrà procedere attraverso valutazioni ed adempimenti specifici in relazione al rischio di abuso e quindi potrà avvalersi di informazioni e documenti che, se non reperibili o non fornite dal contribuente, potranno ben essere richieste all'intermediario o addirittura, a uffici internazionali.

Quindi ciò che emerge è un intreccio di richieste di documenti, atti, informazioni in possesso del contribuente, dell'intermediario coinvolto e degli Uffici internazionali, poiché in questo lavoro certosino sono coinvolti anche il Settore internazionale e l'Ufficio Scambio di informazioni della Direzione centrale accertamento. Pertanto non sembra si possa tanto parlare di segretezza dei dati e delle notizie comunicati agli intermediari che era stata tanto enfatizzata, quanto piuttosto di una riservatezza minata; per non parlare delle sicure difficoltà del contribuente di provare ad esempio l'effettiva detenzione all'estero delle attività indicate nella dichiarazione riservata o l'effettività del rimpatrio o della regolarizzazione.

Si dice, infatti, che per il controllo dell'effettiva detenzione all'estero delle attività emerse al 31 dicembre 2008, l'Agenzia può chiedere al contribuente gli elementi idonei a tale riscontro diversi a seconda che si tratti di denaro, altre attività finanziarie, altri investimenti di natura non finanziaria o beni immobili e diritti immobiliari. Oltretutto si chiede al soggetto interessato di confermare che le attività dichiarate non erano già detenute in epoca antecedente al periodo d'imposta oggetto del controllo; in caso contrario si perdono subito gli effetti premiali dello scudo perché si dice che, in caso contrario, tali attività non possano riferirsi agli imponibili relativi al detto periodo.

Tale controllo diventa ancora più incisivo e pesante nel caso di rimpatrio giuridico con il quale il contribuente è legittimato a mantenere le attività finanziarie e patrimoniali all'estero, incaricando un intermediario italiano ad assumere la custodia o la gestione delle attività all'estero; soprattutto se questo avvenga da Paesi a fiscalità privilegiata ed abbia ad oggetto denaro; dato l'elevato rischio insito in questa forma di emersione, infatti, l'Agenzia può chiedere ogni documentazione ulteriore e se il soggetto non dovesse collaborare, può rivolgersi all'intermediario a cui è stato conferito l'incarico per avere informazioni sulle attività prese in carico e sulla loro provenienza.

Controllo più puntiglioso ed incisivo riguarda anche la verifica della sussistenza dell'effettivo rimpatrio per il rischio che le attività dichiarate non siano state effettivamente trasferite in Italia o, comunque, affidate ad intermediari nazionali o siano state valorizzate in misura superiore a quella effettiva. Tale rischio, si dice, va valutato avendo conto della natura delle attività rimpatriate e delle modalità del rimpatrio. In particolare, infatti, alcune attività possono presentare profili di «opacità» e per questo occorre verificare che siano: comprese tra quelle che potevano essere emerse, di effettiva pertinenza del soggetto e di valore coincidente con quello dichiarato. Inoltre a particolare rischio di abuso è considerato anche il rimpatrio giuridico di contante da Paesi black list che legittima la richiesta di documentazione atta a provare le modalità di detenzione del denaro fino al rimpatrio e l'assunzione in custodia, amministrazione e gestione in capo all'intermediario italiano.

Per non perdere i benefici dello scudo è, dunque, facile immaginare le insormontabili difficoltà del contribuente nel fornire la documentazione di prova e che l'autocertificazione rischia di diventare un'autodenuncia.

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