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I giovani scommettono anche sul sociale

del 02/10/2010
di: Carlo Lo Re
I giovani scommettono anche sul sociale
I giovani commercialisti scommettono sul sociale. Per tre giorni l'Ungdcec ha scelto di lasciare da parte il codice tributario e le scadenze fiscali e di dedicarsi ad un confronto interno per parlare anche dell'impegno di una professione a prevenire l'economia sommersa e su come dare una mano a gestire i patrimoni confiscati alla mafia. È quanto emerso dalla giornata conclusiva del convegno dell'Unione Nazionale Giovani Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili «Tra economia e legalità: un equilibrio possibile», tenutosi a Catania.

Non sono comunque mancate aperture più ampie su temi di attualità politica, come il federalismo. «Una grande città del Sud per incontrarci è stata scelta anche per la nostra volontà di rafforzare l'idea che il Paese, se vuole ricominciare a correre, in economia, in politica, nel mondo delle professioni, non può prescindere dal Meridione», ha dichiarato Luigi Carunchio, presidente dei giovani dottori commercialisti. «Troppo spesso», ha proseguito, «sentiamo parlare di federalismo fiscale con progetti che sottendono a logiche di abbandono di zone dell'Italia che hanno contribuito in modo determinante alla crescita del nostro Paese, dimenticando che il Meridione ha un pil sommerso e nascosto che andrebbe ricondotto nei crismi della legalità, aiutando noi tutti ad uscire da questa crisi profonda». Il timore diffuso fra i giovani commercialisti riuniti a Catania è che l'Italia intera sia popolata di uomini dediti solo all'interesse personale, all'orticello che cresce attorno alla propria casa, incapaci di comprendere che solo la coesione sociale e la capacità di arrivare tutti assieme a standard europei può garantire una diffusa migliore qualità della vita nel nostro Paese. Certo, non è semplice discutere proprio a Catania, città suo malgrado ancora culla di radicati interessi mafiosi, di controllo legale delle attività produttive e di possibilità concrete di risanare un'economia malata di malaffare, mutuandola in una che possa camminare sulle gambe della corretta gestione aziendale. «Eppure è proprio questo lo sforzo corale, anche duro, per carità, che occorre fare, al nord come al sud», ha sottolineato Antonino Dattola, componente della giunta dell'Ungdcec, che ha delineato i criteri, certo non semplici, per la corretta gestione e l'assegnazione dei patrimoni confiscati. «Patrimoni che», come ha specificato il prefetto Mario Morcone, direttore dell'Agenzia Nazionale Beni Sequestrati, «sono nel loro complesso di una tale entità che, una volta reinseriti in un circuito virtuoso, possono realmente dare un grande contributo all'economia nazionale. Lo stesso dicasi per le banche, che possono e devono dare qualcosa in più all'Italia».

Perché il nostro Paese, che a buon diritto può essere annoverato tra le democrazie avanzate del pianeta, possiede nondimeno una poco invidiabile caratteristica, «quella di ospitare», ha concluso Luigi Carunchio, «organizzazioni mafiose di straordinaria capacità criminale, ben radicate tra i gangli della comunità e particolarmente efficienti nella produzione e nell'accumulo di risorse economiche». Risorse economiche che, opportunamente «ripulite», possono divenire ingrediente fondamentale per la rinascita del Sud Italia.

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