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Un esercito di infermieri stranieri

del 30/09/2010
di: di Ignazio Marino
Un esercito di infermieri stranieri
Nel 2009 sono stati pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale 3.528 decreti di riconoscimento di titoli ottenuti all'estero, necessari ai fini dell'esercizio delle diverse professioni in Italia. La grande maggioranza (3.185, pari al 90%) afferisce alle professioni sanitarie, in particolare a quella di infermiere (2.557 riconoscimenti, pari al 72,5% del totale) e, con numeri più modesti, di fisioterapista (163 riconoscimenti, 4,6%) e medico (124 riconoscimenti, 3,5%). Per quanto concerne le professioni «vigilate» dal ministero della giustizia, i riconoscimenti sono stati complessivamente 230 (pari al 6,5%) mentre 113 sono stati i riconoscimenti del titolo di architetto (3,2%) e 62 quelli di ingegnere (1,8%). Sono questi i principali dati che emergono da un monitoraggio realizzato dal Centro studi del Consiglio nazionale degli ingegneri, e pubblicato ieri, che «confermano come i flussi di professionisti in entrata nel nostro paese restino esigui e concentrati essenzialmente sulla figura di infermiere, la cui consistente domanda evidentemente non riesce a essere soddisfatta dal sistema formativo nazionale». L'Italia, d'altronde, vanta la più elevata «densità professionale» (rapporto tra numero di professionisti attivi e popolazione residente) d'Europa e ciò senza dubbio scoraggia l'ingresso di professionisti provenienti da altre paesi.

Più della metà dei riconoscimenti riguarda professionisti con cittadinanza italiana (52,6%); per buona parte si tratta di figli di emigrati italiani (soprattutto nei paesi dell'America latina) che intendono tornare nel paese d'origine, ma una consistente fetta è costituita da laureati italiani che conseguono un titolo professionale all'estero e, sfruttando le «vie preferenziali» concesse dalle norme in vigore, intendono farlo riconoscere in Italia. Tale fenomeno riguarda in modo particolare i riconoscimenti del titolo di avvocato, che per circa due terzi (73,5%) sono promossi da laureati italiani. Tali soggetti, al fine di bypassare l'ostacolo dell'esame di abilitazione in Italia, dopo essersi laureati nel nostro paese chiedono l'equiparazione del titolo accademico italiano a quello di un paese «ospitante» (principalmente la Spagna, ma anche Stati Uniti e ultimamente Albania), che ottengono con una procedura abbastanza semplice (essa in genere comporta il sostenimento di un esame integrativo e, da qualche anno, di una prova pratica).

Insieme al riconoscimento del titolo di studio (che in tali paesi è abilitante all'esercizio della professione) si ottiene anche il titolo professionale valido in Italia per l'iscrizione all'albo degli avvocati (previo superamento di una prova attitudinale, decisamente meno ostica dell'esame di abilitazione professionale).

I riconoscimenti promossi da soggetti non italiani riguardano, invece, principalmente rumeni (14,3%), seguiti da spagnoli (5,2%) e albanesi (4,8%). Sono soprattutto donne a richiedere il riconoscimento dei titoli professionali (56%) e la quota aumenta sensibilmente tra gli assistenti sociali (100%) e i biologi (92%); l'età media dei richiedenti è di 36 anni.

Dal monitoraggio emerge che non sempre i titoli posseduti e l'attività professionale svolta permettono al richiedente di ottenere il pieno riconoscimento del titolo. In tali casi è necessario integrare il proprio curriculum con lo svolgimento di una prova attitudinale o di un periodo di tirocinio.

Limitando l'osservazione alle sole professioni vigilate dal ministero della giustizia, il titolo è stato riconosciuto valido a tutti gli effetti in circa il 21% dei casi, mentre nel restante 79% dei casi sono state applicate misure compensative che possono consistere in una prova attitudinale o nello svolgimento di un periodo di tirocinio. Scendendo nel dettaglio delle singole professioni, la prova attitudinale è obbligatoria per gli avvocati e i dottori commercialisti mentre una misura compensativa è stata applicata anche all'80,6% degli ingegneri.

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