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Interpello, una voce

del 25/09/2010
di: di Andrea Bongi
Interpello, una voce
Contro l'interpello disapplicativo delle società di comodo non è ammesso ricorso. Le risposte fornite in tale sede dall'amministrazione finanziaria, non essendo infatti atti che esprimono una compiuta e definitiva pretesa tributaria, non possono formare oggetto di impugnativa presso le commissioni tributarie. Sulla base di queste considerazioni, con due distinte sentenze, la Commissione tributaria provinciale di Ancona ha respinto i ricorsi presentati da una società marchigiana con i quali veniva impugnata la risposta negativa dell'amministrazione finanziaria alle istanze di interpello disapplicativo in materia di società non operative. Oltre alla soccombenza nel giudizio la società è stata condannata anche alle spese del giudizio. Le sentenze in commento sono le nn. 188 e 189 del 10 settembre scorso. I casi all'esame dei giudici tributari di Ancona si riferivano ad una società che aveva presentato all'agenzia delle entrate apposite istanze di interpello chiedendo la disapplicazione della disciplina delle società non operative per gli anni 2006 e 2007 sulla base di una serie di elementi riconducibili in sostanza all'esistenza di un vincolo sui ricavi ritraibili dall'attività derivante da un contratto di locazione di ramo aziendale. A fronte del rigetto da parte della Direzione regionale delle Marche alle istanze di interpello disapplicativo la società aveva presentato tempestivamente ricorso presso la commissione tributaria competente ottenendo però i pareri negativi sopra citati. Nelle motivazioni di entrambe le sentenze i giudici marchigiani hanno avallato, confermandole, le tesi difensive sostenute in giudizio dalla Direzione regionale delle entrate. In particolare, si legge nella parte motiva delle due sentenze: «..il ricorso ha ad oggetto un provvedimento formalmente non impugnabile, stante l'elencazione contenuta nell'articolo 19 del dlgs 546/92, e sostanzialmente insuscettibile di essere sottoposto all'esame di questa Ctp in quanto costituisce elemento imprescindibile per potersi rivolgere alla commissione tributaria la presenza nell'atto della manifestazione di una compiuta e definita pretesa tributaria». Sulla improponibilità ad origine del ricorso, la commissione tributaria di Ancona, ha richiamato espressamente anche quanto al proposito stabilito dalla Corte di cassazione nella sentenza n. 21405 del 11 ottobre 2007.

Che la risposta all'istanza di interpello non sia atto autonomamente impugnabile ma solo un mero parere «che non integra alcun esercizio di potestà impositiva nei confronti del richiedente» è del resto opinione anche della Corte Costituzionale (sentenza n. 191 del 14 giugno 2007). Le due sentenze in commento si inseriscono in un acceso dibattito giurisprudenziale inerente la tassatività o meno degli atti impugnabili elencati nell'articolo 19 del dlgs 546/92 che a tutt'oggi è ben lungi dall'essere definitivamente risolto. In questo dibattito si deve infatti considerare che la stessa Corte di Cassazione, citata espressamente dai giudici marchigiani, ha assunto posizioni non sempre lineari. Basti pensare, ad esempio, a quanto stabilito dai giudici della suprema corte nella sentenza n. 23731 del 21/12/2004 con la quale si è ritenuto ammissibile il ricorso presentato da un contribuente contro il provvedimento che respingeva un interpello disapplicativo. Anche l'esame della giurisprudenza di merito presenta orientamenti oscillanti sul punto. E' recente infatti la pronuncia della Commissione Tributaria Regionale di Bari (sentenza n. 71/2010) con la quale i giudici pugliesi hanno affermato invece come sia da ritenere legittimamente impugnabile il diniego opposto dall'ufficio all'istanza di interpello con la quale il contribuente chiede la disapplicazione della disciplina delle società di comodo contenta nell'articolo 30 della legge n. 724/94.

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