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Gli studi al tappeto

del 18/09/2010
di: di Debora Alberici
Gli studi al tappeto
Studi di settore «al tappeto». È illegittimo l'accertamento fiscale nel quale è stato usato un «codice attività» non inerente rispetto ai lavori svolti dall'impresa.

Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 19609 del 16 settembre 2010, ha respinto il ricorso dell'amministrazione finanziaria che aveva accertato il reddito di un'impresa sulla base degli studi di settore ma inserendo un codice attività poco inerente. Non solo. Il fisco non aveva tenuto conto neppure della crisi economica attraversata dall'azienda. Due circostanze, queste, che hanno fatto cadere l'accertamento.

In particolare nell'atto impositivo era stato inserito il codice 28520, non inerente all'attività dell'impresa che si occupava della progettazione e dell'assemblaggio di macchinari in uso all'industria meccanica.

La società l'aveva quindi impugnato ma la commissione tributaria provinciale le aveva dato torto, respingendo il ricorso e convalidano l'accertamento fiscale. La commissione regionale della Lombardia aveva accolto il ricorso della contribuente ribaltando completamento il primo verdetto. Contro questa decisione il fisco ha fatto ricorso in Cassazione ma senza successo. La sezione tributaria, sulla scia del neonato orientamento inaugurato alla fine dell'anno scorso dalla sezioni unite di Piazza Cavour, secondo cui gli studi devono essere suffragati da altri validi elementi, lo ha respinto. In particolare si legge in sentenza che «la procedura di accertamento tributario standardizzato mediante l'applicazione dei parametri o degli studi di settore costituisce un sistema di presunzioni semplici, la cui gravità, precisione e concordanza non è ex lege determinata dallo scostamento del reddito dichiarato rispetto agli standard in sé considerati (meri strumenti di ricostruzione per elaborazione statistica della normale redditività), ma nasce solo in esito al contraddittorio da attivare obbligatoriamente, pena la nullità dell'accertamento, con il contribuente; che, in tale sede, quest'ultimo ha l'onere di provare, senza limitazione alcuna di mezzi e di contenuto, la sussistenza di condizioni che giustificano l'esclusione dell'impresa dall'area dei soggetti cui possono essere applicati gli standard o la specifica realtà dell'attività economica nel periodo di tempo in esame, mentre la motivazione dell'atto di accertamento non può esaurirsi nel rilievo dello scostamento, ma deve essere integrata con la dimostrazione dell'applicabilità in concreto dello standard prescelto e con le ragioni per le quali sono state disattese le contestazioni sollevate dal contribuente».

È di qualche settimana fa la notizia (sentenza della Cassazione n. 19136) che ha bocciato gli studi anche in caso di crisi aziendale. Questo elemento, sommato a qualche altro parametro, sta diventando, a giudicare dalle ultime pronunce depositate dalla Suprema corte, un grimaldello importante per invalidare gli accertamenti fiscali basati sugli standard. Insomma, sembra proprio che la decisione delle Sezioni unite stia avendo concrete e importanti applicazioni pratiche.

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