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Agricoltura, la crisi tocca il picco

del 16/09/2010
di: La Redazione
Agricoltura, la crisi tocca il picco
Passata l'estate a discutere su problematiche che solo di sfondo toccano la vita dei cittadini, i problemi reali sono ancora lontani dall'essere risolti. La crisi economica è tutt'altro che superata e molti settori economici rischiano il tracollo, e con essi tutte le persone che all'interno vi lavorano. Così è ad esempio per gli agricoltori, che negli ultimi mesi hanno visto chiudere più di 300 mila aziende del settore e diminuirne il reddito complessivo per oltre il 20%. Sono anni che parlano di crisi strutturali, di falle sistemiche e della necessità di riformulare l'intera filiera agricola, ma evidentemente nessuno presta loro attenzione, oramai ci sono abituati. E allora cosa si può fare per svagare un po' e non limitarsi a dipingerli sempre come i soliti esagitati che rimbalzano da un problema ad un altro solo per gusto, ma è ovvio, sbeffeggiarli. Forse non è questa la spiegazione più scientifica, ma certamente è la più veritiera se si rammenta la questione quote latte della quale si è discusso tutta l'estate. È questo quel che è accaduto il 21 luglio, quando la maggioranza è stata battuta da se stessa su un provvedimento che avrebbe dato il via libera a una manovra correttiva e nel contempo soppresso la norma che prevedeva la proroga al 31 dicembre 2010 delle multe decretate dalla Ue, nei confronti di quegli agricoltori che avevano prodotto più latte di quanto consentito dalle quote a loro disposizione. Questa normativa, voluta dall'ex ministro Zaia e spalleggiata da tutto il partito della Lega Nord, ha di fatto mostrato la faccia più brutta della politica, quella dei favoritismi personali. La proroga ha riguardato solo 67 agricoltori in tutta Italia, tutti collocati nella così detta Padania, e per un costo complessivo per il Paese pari a 5 milioni di euro. In un momento di forte sofferenza per l'intero comparto agro-alimentare nazionale, come è sostenibile e giustificabile un provvedimento di questo genere, che non solo premia chi volutamente ha infranto delle regole comunitarie e quindi, va specificato, ha guadagnato più degli altri, ma ha di fatto comportato uno sperpero di denaro che avrebbe dovuto essere destinato alle migliaia di agricoltori che vivono oggi giorno una situazione senza precedenti. In zone della Penisola come la Sardegna e il Lazio, i produttori di latte sono ormai in ginocchio, e a condannarli non è solo la questione quote latte, ma le numerose falle che colpiscono tutta la filiera, nonché il gigantesco scarto tra i costi di produzione del latte e quelli della sua vendita. A rammentarlo è Ignazio Etzi, associato Confeuro in Sardegna e produttore di latte ovino: «Nel settore ovino non esistono le quote latte, ma esiste invece il problema legato al prezzo del prodotto, caduto vertiginosamente in questi anni prima da 75 centesimi a 60 per litro, e ora, si vocifera, in procinto di arrivare a 50». Secondo Etzi, che nella sua azienda conta 550 capi, «la colpa della odierna situazione è da imputare alle istituzioni locali e nazionali, che da tempo hanno smesso di sostenere come si dovrebbe il settore, e alle principali associazioni di categoria, che di fatto di anno in anno continuano ad accettare riduzioni del prezzo del latte. Noi della Confeuro», spiega Etzi, «non siamo stati invitati ai maggiori tavoli istituzionali della Sardegna per discutere dei problemi legati alla vendita del latte, e questo perché», aggiunge, «è noto che non avremmo mai accettato politiche tanto sciagurate nei confronti della pastorizia. I vecchi sistemi di tutela sui quali gli agricoltori erano certi poter contare, stanno cedendo. A dimostrarlo bastano le recenti manifestazioni organizzate a Cagliari ed altri luoghi, considerevolmente vuote se si considera il numero di persone quasi ridotte allo stremo della sopravvivenza». È davvero difficile comprendere come ancora non si sia resettato un sistema nel quale produrre un prodotto costa molto più che venderlo, ed è altrettanto inspiegabile come si sia riuscito a sperperare anni e anni senza far nulla a tal proposito. Ancora freschi sono i ricordi degli agricoltori che per protesta tiravano per terra innumerevoli litri di latte e occupavano le strade statali.

Oggi la vecchia protesta sta ritornando, e soprattutto in Sardegna la situazione potrebbe sfuggire di mano. Il dovere delle autorità è quello di evitare incidenti e favorire il dialogo, esattamente come per tutti coloro che manifestano le proprie ragioni.

Ciò nonostante non si può dire che si sia tutti sulla stessa barca, gli agricoltori per proprio conto possono dire di aver atteso abbastanza mentre lo Stato non può far altro che fare il mea culpa, e forse sarebbe un buon inizio. Ma di certo, a nessuno di tutti quegli uomini che vedono il proprio lavoro infrangersi, interessa ora identificare nomi e cognomi dei responsabili, se non semplicemente ridare dignità ai sacrifici di tutta una vita. A favorire il dialogo basterebbe forse una premessa condivisa, quella di voler modificare un sistema nel quale produrre derrate alimentari sia un costo per il suo produttore ben più grande di quello del suo ricavo. È triste dover ammettere che dopo tutti questi anni si sia ancora all'inizio, ma lo è ancor di più guardare in avanti è vedere la fine.

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