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Cassazione, due pesi e due misure

del 16/09/2010
di: di Giovanni Galli
Cassazione, due pesi e due misure
Sul fisco la Cassazione usa due pesi e due misure, tenendo molto a cuore gli interessi dell'erario e poco quelli dei contribuenti. Come dimostra la recente ordinanza sull'indeducibilità dei compensi degli amministratori dal reddito delle società di capitali. Enrico Zanetti, coordinatore dell'ufficio studi del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, commenta a ItaliaOggi l'impatto della decisione (ordinanza 18702 del 13 agosto scorso). Con un occhio agli scenari dei rapporti tra fisco e contribuenti.

Domanda. Cosa ne pensa dell'ordinanza anche alla luce del l'intervista rilasciata a ItaliaOggi dal consigliere di Cassazione Paolo D'Alessandro, che ne è stato relatore (si veda ItaliaOggi del 14 settembre scorso)?

Risposta. Sono francamente sconcertato. Il pregevole contributo di informazione che ha dato ItaliaOggi fa il paio con un articolo che ricordo di aver letto, alcuni mesi or sono, nell'ambito del quale venivano riportati i virgolettati di un altro consigliere di Cassazione, Mario Cicala, secondo il quale «il giudice è un artigiano che fabbrica sentenze secondo suo gusto e a volte secondo il suo gusto di contribuente che non può evadere» e «se ha la sensazione che una sentenza faccia crollare il gettito può anche non prenderla». Avere il dubbio che un magistrato possa pensarla così è poco rassicurante. Averne la certezza, perché addirittura se ne fa un vanto, è decisamente preoccupante per chi deve rimettersi al suo giudizio.

D. Che cos'è nello specifico che non l'ha convinta delle argomentazioni del consigliere D'Alessandro?

R. Tutto, non fosse altro perché è la sentenza in sé ad essere assai poco convincente, sia per le conclusioni che per il modo stringato e presupponente cui vi perviene. Per cercare di affermare la natura indeducibile dei compensi degli amministratori, la Cassazione fa leva su una lettura completamente slegata da qualsivoglia considerazione di carattere sistematico e rigidamente ancorata al dato puramente letterale della norma. Proprio loro che, quando dal punto di vista degli interessi erariali conviene invece lasciare da parte il dato normativo ed enfatizzare le letture sistematiche, arrivano addirittura a elaborare principi generali rinvenibili direttamente dall'art. 53 della Costituzione, come il famoso abuso del diritto. Anche per questo la chiosa finale dell'intervista, in cui viene affermato che «di fronte a queste disposizioni mi sembra difficile arrivare a una conclusione diversa», fa veramente strabuzzare gli occhi.

D. Il consigliere D'Alessandro sembrerebbe inoltre ritenere che l'orientamento interpretativo sull'indeducibilità dei compensi resti valido anche per i periodi di imposta dal 2004 in poi, nonostante le sopravvenute modifiche al Tuir.

R. Altro aspetto a dir poco sorprendente. Dopo le modifiche introdotte dal dlgs 344/2003, manca persino l'aggancio letterale per provare a dire quello che, evidentemente, in Cassazione tengono a dire a tutti i costi. L'art. 95 co. 5 del Tuir in vigore dal 2004 a oggi recita testualmente: «I compensi spettanti agli amministratori delle società ed enti di cui all'articolo 73, comma 1, sono deducibili nell'esercizio in cui sono corrisposti». Posto che tra le società di cui al co. 1 dell'art. 73 ci stanno per l'appunto le società di capitali, qualcuno mi spieghi come accidenti si può riuscire a far dire alla norma che, anche dopo il 2003, i compensi degli amministratori sono indeducibili dal reddito delle società di capitali.

D. Come se ne esce da questa deriva giurisprudenziale apparentemente a senso unico contro il contribuente?

R. Francamente non ne ho idea. Credo che, come sempre, sia una questione di uomini e che sarà necessario armarsi di santa pazienza, se non avranno voglia di essere meno degli artigiani che fabbricano sentenze secondo il loro gusto di contribuenti che non possono evadere, per dirla come il giudice Cicala, e più degli ottimi giudici che applicano le norme partendo da uno spirito di imparzialità tra fisco e contribuente, come ovviamente sarebbe lecito aspettarsi da un qualsiasi arbitro, tanto più se di ultima istanza. Mi verrebbe da dire che bisognerebbe mettere a regime la famosa norma con la quale si è consentito fino allo scorso agosto di definire in modo agevolato le liti pendenti in Cassazione, se il contribuente aveva ottenuto una sentenza favorevole in entrambi i gradi di giudizio. Potrebbe sembrare una battuta ed in effetti sarebbe bello che lo fosse, ma con quello che si legge.

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