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Costi fra professionisti in chiaro

del 15/09/2010
di: Andrea Bongi
Costi fra professionisti in chiaro
Il riaddebito dei costi fra professionisti non associati non genera compensi imponibili. Sulla fattura da emettere al fine di conguagliare le spese dovrà quindi essere applicata l'Iva, indipendentemente dal fatto che le spese oggetto del rimborso siano o meno soggette a tale imposta, ma non la ritenuta d'acconto.

È questa, in estrema sintesi, la risposta fornita dalla Fondazione studi dei consulenti del lavoro con il parere n.23 di ieri relativo al corretto regime fiscale da adottare per il riaddebito dei costi comuni fra professionisti.

Il caso oggetto del parere riguardava infatti un consulente del lavoro che condivideva lo studio con un altro professionista titolare del contratto di locazione dell'immobile ed intestatario delle varie utenze utilizzate il quale, periodicamente, provvede ad addebitare, su base forfettaria del 50% secondo accordi, l'ammontare delle spese sostenute per tali causali, segretaria compresa.

In primo luogo il citato parere ricorda come la stessa Agenzia delle entrate con la circolare n. 12 dell'1/3/2007, abbia avuto modo di precisare che quando un soggetto metta a disposizione di un altro una parte dei locali ed anche ulteriori servizi quali utenze, segreteria ecc., tale prestazione non sia riconducibile nell'alveo dei contratti di locazione.

In secondo luogo la Fondazione studi dei consulenti del lavoro per dirimere la questione richiama espressamente il contenuto di un altro documento di prassi amministrativa: la circolare n. 58/e del 18/6/2001. In tale documento le entrate avevano infatti chiarito che «il riaddebito, da parte di un professionista, delle spese comuni dello studio utilizzato da più professionisti non costituiti in associazione professionale, da lui sostenute, deve essere realizzato attraverso l'emissione di fattura assoggettata ad Iva. Ai fini reddituali, le somme rimborsate dagli altri utilizzatori comportano una riclassificazione in diminuzione del costo sostenuto dal professionista intestatario dell'utenza».

Seguendo tale impostazione i rimborsi in parola non assumeranno quindi per il professionista percipiente componenti positivi di reddito bensì minori costi di gestione che come tali risulteranno ininfluenti anche ai fini degli studi di settore.

Essendo inoltre il regime del lavoro autonomo incentrato sul principio di cassa anche tali rimborsi spese saranno computati nella determinazione del reddito sulla base del momento effettivo del pagamento.

Per quanto riguarda invece il riaddebito di costi e spese che presentano ai fini dell'irpef che dell'irap, limiti alla loro deducibilità, come ad esempio le spese per le utenze telefoniche, anche il rimborso ottenuto dovrà essere soggetto alla parziale limitazione di deducibilità, secondo quanto recentemente precisato dall'Agenzia delle entrate con la circolare n. 38/e del 23/6/2010.

Ulteriore aspetto sul quale il parere della Fondazione studi ha incentrato la sua attenzione è quello relativo all'assoggettamento a contribuzione previdenziale del riaddebito delle spese in questione. Sul punto, si legge nel parere, vi è una regolamentazione non omogenea tra le diverse case professionali. Quella dei dottori commercialisti, ad esempio, prevede espressamente che «il contributo integrativo deve essere applicato anche ai corrispettivi afferenti le parcelle emesse a puro titolo di rimborso spese». Completamente opposte le conclusioni alle quali è giunta invece sul punto la Inarcassa mentre la Cassa forense e la Cassa di previdenza dei consulenti del lavoro non hanno mai preso posizione sull'argomento.

Paolo Angelucci

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