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Una pronuncia innovativa ma discutibile

del 02/09/2010
di: Ennio Fortuna
Una pronuncia innovativa ma discutibile
Ha destato molto scalpore e non poco sconcerto una recente pronuncia della sezione tributaria della Corte di cassazione (9/6/2010 n. 18702) secondo la quale i compensi versati dalle società di capitale ai propri amministratori non sono deducibili dal reddito soggetto alla dichiarazione. Ovviamente la decisione interessa tutte le società commerciali ma, indirettamente, anche gli enti pubblici e privati, tutti i soggetti insomma amministrati o gestiti da terzi e regolarmente ricompensati per le loro prestazioni professionali.

Finora, anche se la circostanza viene in qualche misura negata dalla Corte, che infatti cita un suo precedente (uno solo però) dello stesso tenore, la prassi era ed è assolutamente consolidata in senso opposto. Enti e società hanno sempre, e senza obiezioni, dedotto dal reddito dichiarato i compensi pagati agli amministratori, e lo stesso principio era stato affermato dalle Commissioni tributarie nei due precedenti gradi di giudizio nonché dalla stessa Agenzia delle entrate che infatti non contestava il diritto alla deduzione, ma solo la pretesa della società contribuente di effettuarla in un anno diverso da quello del pagamento. E infatti, non a caso, era questo il principale motivo di ricorso dell'avvocatura dello stato evidentemente anch'essa persuasa della deducibilità dei compensi, almeno in linea generale.

Senonchè, inopinatamente, almeno così dicono i molti critici, la Cassazione, seguendo tra l'altro la procedura abbreviata in camera di consiglio, adottava decisamente la tesi radicalmente opposta: i compensi degli amministratori non sono deducibili dal reddito delle società di capitale, ma solo da quello delle società di persone, e tutto ciò in base a una lettura dell'art. 62 del dpr 917 che sembra, anche a prima vista, affrettata, probabilmente contraddittoria e comunque certamente meritevole di accurato approfondimento.

Da qui l'accoglimento dell'impugnazione, molto oltre le richieste e la aspettative della stessa Agenzia, anch'essa in qualche modo vittima della decisione, visto che ora dovrà rivedere i propri accertamenti per il passato e mutare atteggiamento, assumendone uno assolutamente rigoristico, per il futuro. Ma è giustificata una simile, dirompente pronuncia?

Le perplessità sono d'obbligo, e almeno di due ordini. Anzitutto un'affermazione tanto innovativa esigeva una pubblica discussione nel contraddittorio delle parti, se non addirittura l'intervento delle Sezioni unite per la straordinaria importanza della questione, e ciò non è avvenuto malgrado la richiesta della contribuente.

A prescindere da ciò l'argomentazione centrale della Corte (gli amministratori delle società di capitale non sono dipendenti né assimilabili ai dipendenti, semmai sono da paragonare agli imprenditori i cui compensi per le prestazioni lavorative in favore dell'azienda non sono deducibili per legge) è quanto meno discutibile.

L'art. 62 del dpr 917 prescrive effettivamente che i compensi degli amministratori delle società in nome collettivo o in accomandita semplice sono deducibili solo nell'esercizio in cui vengono corrisposti (era, non a caso, la tesi dell'Agenzia) ma da ciò la Corte ha creduto di ricavare, con un'argomentazione di tipo letterale, piuttosto semplicistica (se si dice degli amministratori delle società di persone, lo si nega per gli altri, inclusio unius, esclusio alterius, secondo il noto brocardo) che invece i compensi degli amministratori delle società di capitale non sono affatto deducibili, tanto più in quanto assimilabili più agli imprenditori individuali che ai dipendenti. In realtà valeva la pena di considerare che soprattutto gli amministratori delle società di persone sono assimilabili agli imprenditori e che, verosimilmente, proprio per questo la legge ha avvertito l'esigenza di enunciare il principio della deducibilità dei relativi compensi, ritenendo superfluo fare altrettanto per gli altri. Ma, a maggior ragione, la conclusione deve valere per gli amministratori delle società di capitale, anche a prescindere dal fatto che in altre disposizioni dello stesso dpr 917, sia pure per fini diversi, i compensi di amministratori e sindaci sono espressamente assimilato ai redditi di lavoro dipendente.

Insomma sembra che si possa concludere nel senso che la questione meritava un maggiore approfondimento, che, peraltro, la Cassazione non mancherà di apportare alla prima occasione utile, tanto più in ragione delle enormi conseguenze pratiche della decisione.

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