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Gli amministratori sotto esame

del 02/09/2010
di: di Massimo Procopio*
Gli amministratori sotto esame
Accertamenti in arrivo sui compensi degli amministratori portati in deduzione dal reddito delle società di capitali.

Con l'ordinanza 13 agosto 2010, n. 18702 (si veda ItaliaOggi del 26 e 27 agosto) la Cassazione ha emanato l'ennesima sentenza pro-fisco in merito ai compensi dovuti dalle società di capitali a favore degli amministratori dichiarandone, sorprendentemente, l'indeducibilità affermando che l'art. 62 del tuir 22 dicembre 1986, n. 917 limita la deduzione dei compensi predetti alle sole società di persone e non anche a quelle di capitali atteso che in tale ultima ipotesi l'attività svolta dagli amministratori risulterebbe del tutto identica a quella dell'imprenditore in virtù della equiparabilità della posizione dell'amministratore a quella dell'imprenditore.

Per comprendere appieno l'enormità della decisione della Suprema Corte si consideri che essa, nei precedenti e numerosi interventi sulla particolare problematica, non aveva mai messo in discussione la deducibilità dei compensi in parola; i soli dubbi emersi riguardavano la congruità dei compensi medesimi.

La deducibilità dei compensi spettanti agli amministratori era conseguenza della letterale e chiara interpretazione degli articoli 62, comma 3 e 95, ante modifiche apportate dal dlgs 344/2003 e 95, comma 5, nella attuale formulazione del Tuir 917/86. Tali disposizioni stabilivano, e stabiliscono tutt'ora, la (piena) deducibilità dei compensi di cui trattasi nell'esercizio in cui sono corrisposti indipendentemente dalla natura del rapporto intrattenuto dagli amministratori con la società.

La predetta pronuncia assume grande rilevanza per le società. È infatti inevitabile che, sulla base di tale decisione, gli uffici locali dell'Agenzia delle entrate effettueranno accertamenti a «tappeto» sulla base sia dell'esame «cartolare» delle dichiarazioni presentate dalle società che dei processi verbali redatti dagli organi di controllo dell'amministrazione finanziaria (funzionari della stessa Agenzia e Guardia di finanza).

I motivi della sentenza sono ben noti e sono riconducibili alla tesi in precedenza esposta dalla Cassazione stessa contenuta nella precedente pronuncia 24188/2006 con la quale aveva precisato che l'art. 62 del Tuir 917/86 deve essere interpretato nel senso che è esclusa l'ammissibilità di deduzioni a titolo di compenso per il lavoro prestato o l'opera svolta dall'imprenditore e che la deducibilità di tali spese doveva essere limitata a quelle sostenute dalle sole società di persone.

Il richiamo a detta sentenza appare non appropriato. L'indeducibilità del compenso dovuto da una società a responsabilità limitata proclamata dalla Cassazione con la citata sentenza del 2006 non era certamente conseguente a una interpretazione dell'art. 95 del Tuir, ma alla asserita incompatibilità dell'amministratore con la condizione di lavoratore subordinato alle dipendenze della stessa società. Essa non aveva quindi affrontato il problema della deducibilità dei compensi spettanti agli amministratori. Il richiamo alla citata sentenza n. 24188 del 2006 appare quindi un fuor d'opera.

È arduo per l'interprete e per le stesse società comprendere i motivi che hanno indotto la Cassazione a disattendere la chiarissima disposizione contenuta nel tuir 917/86 e, in precedenza, nell'art. 59 del dpr 597/73. Alla Suprema Corte è evidentemente «sfuggito» il principio che è a fondamento dei criteri di interpretazione delle norme secondo cui in claris non fit interpretatio con la conseguenza che nessuna interpretazione può mai farsi luogo laddove la legge sia positiva e chiara quand'anche possa sembrare contraria ai principi generali del diritto e della equità. È infatti ben noto come l'art. 12 delle disposizioni della legge in generale disponga il principio secondo cui nell'applicare la legge ci si deve attenersi, innanzitutto, al tenore letterale. È di tutta evidenza la ratio della norma la quale è riconducibile alla volontà di limitare (rectius, eliminare) ogni potere discrezionale da parte del giudice; volontà diretta a evitare ogni incertezza sui punti regolati dalla legge e impedendo, conseguentemente, che i giudici (la norma è a loro rivolta) possano ostacolare l'applicazione della legge.

Si è osservato che la questione relativa alla indeducibilità dei compensi non era stata sollevata dall'amministrazione finanziaria; non è quindi stata concessa la possibilità alla ricorrente società di approntare un'adeguata difesa.

Poco convincente appare la tesi esposta dal giudice di legittimità secondo cui la novità dell'interpretazione non si è basata su una questione dei fatti non esaminata nei gradi di merito, che, comunque, non appariva vincolante per il giudice, bensì sull'interpretazione della norma. In tal modo, secondo tale tesi, deve escludersi che si tratti di questione rilevata d'ufficio.

Tale condotta, da sempre criticata in dottrina e comunque poco condivisibile, potrebbe aver violato l'art. 24 Cost. in quanto ha limitato, irrimediabilmente e irragionevolmente, il diritto alla difesa atteso che la società non ha avuto la possibilità di esporre le proprie controdeduzioni di fronte all'eccezione sollevata dalla Cassazione e mai emersa in alcuna fase del dibattimento. La condotta della Cassazione va considerata, anche sotto tale profilo, inaccettabile e dunque censurata.

Si pone, a questo punto, un (legittimo) interrogativo per l'interprete diretto a conoscere se l'ordinanza 18702 può o meno essere determinante sia per i giudizi in corso che per quelli futuri. Come si è già osservato appare infatti inevitabile una massiccia azione accertatrice da parte dell'amministrazione finanziaria.

Pur con tutte le cautele del caso riteniamo che, almeno in astratto, i giudici tributari, ivi inclusa la stessa Cassazione, non siano vincolati dal giudizio espresso dalla Cassazione (vedi, in tal senso sentenza 3 dicembre 1983, n. 7298/83 della cassazione).

Nel nostro ordinamento non vige infatti il principio dello stare decisis tipico, viceversa, dei sistemi di common law secondo cui il giudice è obbligato a conformarsi alla decisione già adottata in una precedente sentenza qualora la fattispecie portata al suo esame sia identica a quella già trattata nel caso deciso.

*Fondazione Uckmar

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