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Dichiarazione fraduolenta anche senza uso concreto

del 01/09/2010
di: La Redazione
Dichiarazione fraduolenta anche senza uso concreto
Linea dura della Suprema corte sul reato di dichiarazione fraudolenta. L'imprenditore è infatti punibile anche quando le fatture «ideologicamente false» non sono state usate concretamente ma sono conservate nella documentazione contabile dell'azienda.

Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 32525 del 31 agosto 2010, ha precisato un altro interessante principio secondo cui risponde di estorsione l'imprenditore che sotto la minaccia del licenziamento sottopaga i lavoratori lucrando la differenza fra quanto l'azienda percepisce dalla ditta committente. Il caso riguarda un imprenditore sospettato di essere colluso con la Mafia. Due i capi di imputazione. Il primo per dichiarazione fraudolenta e il secondo per estorsione. Con riguardo al reato fiscale il Tribunale di Caltanissetta lo aveva assolto. Mentre i giudici avevano confermato le altre responsabilità.

Contro la prima parte della decisione ha presentato ricorso in Cassazione la pubblica accusa. La Cassazione lo ha accolto precisando che il reato si configura anche nel caso in cui le fatture false siano rimaste nel cassetto dell'azienda fra gli altri documenti fiscali.

In particolare secondo il Collegio di legittimità «per l'integrazione del reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (previsto dall'art 2 dlgs. n. 74/2000) devono concorrere due elementi oggettivi, l'avvalersi di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti e l'indicazione nella dichiarazione annuale dei redditi presentata di elementi passivi fittizi. Per l'integrazione del reato è, infatti, necessario, da una parte, che le fatture ideologicamente false che dovrebbero supportare detta indicazione siano conservate nei registri contabili o nella documentazione fiscale dell'azienda, perché in ciò consiste l'atteggiamento di «avvalersi» delle fatture come richiesto dalla norma; dall'altra, che la dichiarazione fiscale contenga effettivamente l'indicazione di elementi passivi fittizi. Il delitto, di tipo commissivo e di mera condotta, seppure teleologicamente diretta al risultato dell'evasione d'imposta, ha natura istantanea e si consuma con la presentazione della dichiarazione annuale». Ma non è ancora tutto. Sul fronte dell'estorsione la Cassazione, bocciando tutte le attività di cosiddetto «capolarato», ha ribadito che «integra il delitto la condotta del datore di lavoro che prospetti la mancata assunzione, il licenziamento o la mancata corresponsione della retribuzione nel caso in cui i lavoratori non accettino condizioni di lavoro contrarie alla legge e ai contratti collettivi, trattandosi di attività in nessun caso riconducibile alla normale dinamica dei rapporti di lavoro. «Questo perché», si legge nel passaggio più avanti, «il Tribunale siciliano ha dato conto dell'attività di capolarato “esercitata anche dall'indagato, lucrando la differenza tra il compenso pattuito per ciascun lavoratore con le ditte committenti di mano d'opera e quanto poi effettivamente versato ai lavoratori».

Debora Alberici

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