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Detrazione ridotta se manca il registratore

del 31/08/2010
di: La Redazione
Detrazione ridotta se manca il registratore
Non contrasta con la disciplina comunitaria dell'Iva la norma nazionale che punisce il contribuente che non utilizza il registratore di cassa con la riduzione del 30% dell'Iva detraibile sugli acquisti; tale norma ha infatti carattere sanzionatorio e non rimette in discussione il diritto alla detrazione.

È quanto ha stabilito la Corte di giustizia Ue nella sentenza 29 luglio 2010, causa C-188/09, in relazione a una disposizione vigente in Polonia, secondo la quale le imprese che violano l'obbligo di contabilizzare attraverso il registratore di cassa le operazioni nei confronti dei consumatori finali «perdono, sino al momento in cui iniziano la registrazione del fatturato e degli importi dell'imposta dovuta mediante registratori di cassa, il diritto alla detrazione dell'importo dell'imposta dovuta per una somma pari al 30% dell'importo dell'imposta pagata a monte per l'acquisto di beni e servizi».

Una società alla quale era stata irrogata detta sanzione, nel corso della controversia contro l'amministrazione finanziaria, aveva prospettato l'incompatibilità della norma col diritto dell'Ue, in quanto limitativa del diritto alla detrazione di cui all'art. 17 della sesta direttiva e adottata senza il rispetto delle condizioni di cui all'art. 27 della direttiva stessa. I giudici polacchi decidevano pertanto di promuovere l'interpretazione della Corte.

In merito alla prima questione, dopo avere ricordato che il diritto alla detrazione costituisce parte integrante del sistema dell'Iva e, in linea di principio, non può essere soggetto a limitazioni, in quanto mira a garantire la neutralità dell'imposizione fiscale, la Corte ha osservato però che il corretto funzionamento del sistema presuppone l'esatta riscossione dell'imposta; a tal fine, ogni stato membro ha l'obbligo di adottare tutte le misure necessarie, accertando le dichiarazioni fiscali dei contribuenti, la relativa contabilità e gli altri documenti utili, nonché calcolando e riscuotendo l'imposta dovuta. Gli stati membri sono quindi tenuti a garantire il rispetto degli obblighi a carico dei soggetti passivi e beneficiano, al riguardo, di una certa libertà in relazione al modo di utilizzare i mezzi a loro disposizione.

Fra tali obblighi, l'art. 22 della sesta direttiva prevede anche che ogni soggetto passivo deve tenere una contabilità sufficientemente particolareggiata, in modo da consentire l'applicazione dell'Iva e i relativi controlli da parte dell'amministrazione.

Lo stesso articolo accorda agli stati membri la facoltà di stabilire altri obblighi che essi ritengono necessari ad assicurare l'esatta riscossione dell'imposta e a evitare le frodi (obiettivo, questo, riconosciuto e promosso dalla sesta direttiva), adottando provvedimenti che non devono però eccedere quanto è necessario per conseguire l'obiettivo, senza rimettere in discussione la neutralità dell'Iva.

Venendo alla questione, la norma sotto esame, esigendo dai soggetti passivi l'utilizzazione dei registratori di cassa, è diretta ad assicurare l'esatta riscossione e a evitare le frodi, per cui rientra tra le misure la cui adozione è permessa agli stati membri. In questo contesto, la previsione che, in caso di inosservanza di tale obbligo, il soggetto passivo subisce una riduzione del 30% dell'Iva detraibile, per la Corte va considerata come una sanzione amministrativa il cui effetto dissuasivo è diretto a garantire l'effettività dell'obbligo.

In proposito, la Corte ricorda che il settore delle sanzioni non è armonizzato, per cui gli stati membri possono scegliere le misure ritenute più appropriate, nel rispetto dell'ordinamento e dei principi generali del diritto comunitario, fra cui quello di proporzionalità; la valutazione del rispetto di tale principio spetta al giudice nazionale.

La norma in esame, prosegue la Corte, non rimette in discussione il principio del diritto alla detrazione, che resta fruibile anche quando il soggetto passivo non rispetti l'obbligo tutelato. Inoltre, la sanzione che assiste l'obbligo ha il carattere di un onere finanziario che il legislatore nazionale intende far gravare sul soggetto passivo in situazione di infrazione, e soltanto per la durata di quest'ultima, sicché non appare manifestamente inappropriata rispetto all'obiettivo perseguito. Anche la scelta di realizzare tale onere finanziario attraverso la trattenuta di una parte dell'imposta detraibile, e non attraverso il pagamento di una somma, rientra nella competenza dello stato membro.

Tale scelta, incidendo sull'importo del diritto alla detrazione, rischierebbe di ledere il principio di neutralità se, in relazione alle modalità di quantificazione della sanzione e alle condizioni di applicazione, finisse per privare di sostanza il diritto alla detrazione.

Al riguardo, la Corte ritiene tuttavia che una trattenuta del 30%, che preserva l'essenziale dell'importo dell'imposta pagata a monte, sia idonea ad assicurare un carattere dissuasivo alla sanzione. Inoltre, poiché tale sanzione ha per oggetto non la correzione di errori contabili ma la prevenzione dei medesimi, non si può tener conto, nel valutarne la proporzionalità, del suo carattere forfettario e, di conseguenza, dell'assenza di rapporto fra tale importo e quello risultante dagli errori eventualmente commessi dal soggetto passivo. Del resto, la mancanza del registratore di cassa osta proprio alla determinazione esatta dell'importo delle vendite e impedisce quindi qualsiasi valutazione dell'adeguatezza della sanzione all'importo risultante da eventuali errori contabili.

Qualora, poi, il mancato utilizzo dei registratori di cassa dipendesse da circostanze estranee al contribuente, spetterebbe al giudice nazionale tenerne conto per stabilire se la sanzione debba essere ugualmente applicata e se sia sproporzionata. Una norma del genere, afferma infine la Corte, non costituisce una particolare misura di deroga alla direttiva, né concretizza un prelievo equiparabile all'Iva.

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