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Nella p.a. incarichi prevalentemente a tempo indeterminato

del 06/08/2010
di: Luigi Oliveri
Nella p.a. incarichi prevalentemente a tempo indeterminato
La disciplina degli incarichi dirigenziali a tempo determinato contenuta nel testo unico degli enti locali è da considerare implicitamente abolita dalla riforma-Brunetta. È la Corte dei conti, Sezione regionale di controllo ad esprimere, per prima, un chiaro avviso sulle sorti dell'articolo 110, commi 1 e 2, del dlgs 267/2000 a seguito della riforma dell'articolo 19, commi da 6 a 6-ter, del dlgs 165/2001, da parte del dlgs 150/2009.

E il destino delle regole particolari degli incarichi a contratto negli enti locali non poteva che essere quello delineato dalla magistratura contabile: l'abolizione implicita, cui consegue l'obbligo di applicare le sole regole contenute nell'articolo 19, commi 6-6-ter.

Il parere 17 giugno 2010, n. 44 della Sezione Puglia contraddice efficacemente tutte le ragioni addotte dall'opposta teoria della permanente vigenza dell'articolo 110 del Tuel. A partire dal principio di speciali, secondo il quale la norma del dlgs 267/2000, in quanto «speciale», non potrebbe essere derogata da una legge generale, ancorché successiva cronologicamente.

Le cose, mette in rilievo la magistratura contabile, in questo caso non stanno così. La questione degli incarichi dirigenziali a contratto, infatti, il legislatore ha manifestato espressamente la volontà, col comma 6-ter dell'articolo 19 del dlgs 165/2001, di estendere le nuove regole sugli incarichi dirigenziali a contratto non solo nell'ambito dello Stato, ma anche di tutte le altre amministrazioni pubbliche. Il conduce all'inefficacia delle relative norme speciali previgenti, dovendosi ricondurre a unità e coerenza l'ordinamento giuridico.

Del resto, osserva la Sezione Puglia, la lettura costituzionalmente orientata della riforma alla disciplina della dirigenza a contratto non può giustificare l'ulteriore vigenza dell'articolo 110, commi 1 e 2 del dlgs 267/2000, come dimostrano le recenti ed ormai consolidate pronunce della Corte costituzionale (103/2007, 104/2007, 161/2008, 9/2010), tutte intese ad evidenziare la stretta correlazione tra la struttura del rapporto di lavoro della dirigenza e l'effettività della distinzione funzionale tra i compiti di indirizzo politico-amministrativo degli organi di governo e quelli di gestione di competenza della dirigenza. La legge, dunque, deve creare un assetto della dirigenza pubblica prevalentemente fondato su un rapporto di lavoro a tempo indeterminato al quale si acceda per concorso pubblico, con conseguente restrizione degli spazi a contratti a tempo determinato, soprattutto se basati su elementi di fiduciarietà.

La volontà di comprimere per tutte le amministrazioni pubbliche, ivi comprese quelle locali, la possibilità di assumere dirigenti a contratto, d'altra parte, è dimostrata dall'articolo 6, comma 2, lettera h), della legge 15/2009, che ha demandato al legislatore delegato, cioè al d.lgs 150/2009 la ridefinizione della disciplina relativa al conferimento degli incarichi ai soggetti estranei alla pubblica amministrazione e ai dirigenti non appartenenti ai ruoli, «prevedendo comunque la riduzione, rispetto a quanto previsto dalla normativa vigente, delle quote percentuali di dotazione organica entro cui e' possibile il conferimento degli incarichi medesimi». Coerentemente con tale criterio di delega, il dlgs 150/2009 modificando il testo unico del pubblico impiego ha esteso l'ambito di applicazione delle norme sulla dirigenza pubblica, tendenti a restringere lo spoil system e gli incarichi a contratto, alle altre amministrazioni.

Né, ulteriore rilevante conclusione del parere 44/2010, vale ad escludere la piena applicabilità dell'articolo 19, comma 6, del dlgs 165/2001, nell'ordinamento locale «l'esistenza dell'autonomia regolamentare in materia di organizzazione e di svolgimento delle funzioni riconosciuta agli enti locali dall'art. 117, 6° comma, della Costituzione, in quanto la materia dell'accesso al pubblico impiego è oggetto di riserva di legge (art. 97, comma 3, Cost.)». Il parere mette, finalmente, bene in evidenza la differenza che esiste tra la funzione di organizzazione ed il reclutamento. Gli enti sono autonomi nello stabilire l'architettura organizzativa, ovvero quante strutture di vertice esistano, di quali servizi siano composte, con quali interrelazioni sono connesse e, di conseguenza, quanti e quali siano le posizioni dirigenziali preposte. Ma, tutto ciò non ha nulla a che vedere col sistema di reclutamento, non rimesso all'autonomia regolamentare, bensì disciplinato dalla legge.

La Sezione Puglia, concordemente con la Sezione Autonomie e le Sezioni Piemonte ed Emilia Romagna, priva di pregio anche l'osservazione secondo la quale l'abolizione dell'articolo 110, commi 1 e 2, avrebbe dovuto essere frutto di una norma espressa, in applicazione dell'articolo 1, comma 4, del Tuel, ribadendo che tale ultima norma «di rafforzamento» altro non essendo se non una fonte di pari rango legislativo al d.lgs 150/23009, rimane comunque soggetta al criterio cronologico, traducendosi in buona sostanza in un'esortazione ovviamente non vincolante per il legislatore futuro. Se così non fosse, sarebbe, infatti, l'articolo 1, comma 4, una norma incostituzionale.

Infine, il parere si esprime anche sulla percentuale di dirigenti a contratto acquisibili dagli enti locali, osservando che essa non possa che coincidere col tetto dell'8%, riferito ai dirigenti non generali, non potendosi applicare la percentuale del 10%, che riguarda i dirigenti di prima fascia, assenti nell'ordinamento locale.

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