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Senza freni le indagini finanziarie nei confronti di soggetti terzi

del 28/07/2010
di: di Pamela Pennesi e Giuseppe Ripa
Senza freni le indagini finanziarie nei confronti di soggetti terzi
Senza freni le indagini finanziarie nei confronti dei terzi. Basta dimostrare infatti la sussistenza di elementi fattuali plurimi attestanti la riconducibilità delle movimentazioni finanziare nei confronti del contribuente e tutto diventa lecito.

E' questo il monito ritraibile dalla lettura della sentenza n. 17387 depositata il 23 luglio 2010 da parte della Sezione tributaria civile della Corte suprema di cassazione (si veda ItaliaOggi di ieri).

La fattispecie aveva riguardato il «rinvenimento presso un soggetto che senza essere socio era l'amministratore di fatto della società, di documentazione da cui emergeva la cessione senza fattura di materiali ferrosi, documentata da certificati della pesa pubblica; e in secondo luogo nella movimentazione bancaria della legale rappresentante della società, del marito di lei, ritenuto amministratore di fatto, di un familiare socio in ragione di un terzo, e di altri stretti congiunti, per un numero di quattordici conti, in cui erano transitate somme imponenti senza alcuna giustificazione contabile apparente». In particolare, si puntualizza, «i familiari dei soci non esplicavano attività lavorativa e non avevano redditi documentati».

L'attività di investigazione dei verificatori non si è fermata alle apparenze. Ovvero alla formale evidenziazione circa la sussistenza di una società a ristretta base familiare; si è andati dunque oltre cercando di trovare quelle presunzioni gravi, precise e concordanti che potessero in qualche modo avallare l'operato accertativo.

Certo, quella delle indagini finanziarie nei confronti dei terzi rappresenta una problematica di sicuro spessore. Numerose sono le sentenze della Suprema corte come particolarmente attenta è la prassi amministrativa (punto 5.2. della circolare n. 32 del 19 ottobre 2006) la quale si occupa, per l'appunto, dell'utilizzazione degli elementi risultanti dalle indagini esperite nei confronti dei terzi.

È vero: occorrono presunzioni gravi, precise e concordati e non è lecito fermarsi alle mere congetture quali la ristretta base societaria o i vincoli personali o familiari. È necessario andare avanti nel merito. Ma è proprio in merito alla portata delle presunzioni che non c'è da stare allegri stante il percorso che la Cassazione è andata via via tracciando. Un percorso secondo il quale sarebbe sufficiente un solo elemento, se preciso, per fondare la maggiore pretesa impositiva senza che sia necessario avvalersi di una pluralità di elementi. È altrettanto indubitabile come l'esistenza del fatto ignoto possa ricavarsi con ragionevole certezza anche probabilistica (gravità) e come la precisione debba poi riposare su ipotesi ben circostanziate. Di fronte a ciò dunque, in presenza di comportamenti eccessivamente licenziosi quali quelli descritti nella sentenza in commento, è facile prestare il fianco a prese di posizione come quella adottata in seconde cure ed avallata in sede di legittimità. Ma è questo il punto: in sede di autorizzazione all'accesso nei conti di terzi, l'amministrazione aveva (già) in mano tutte le carte (i.e. le presunzioni di specie) che potessero legittimare la loro indagine verso terzi per poi ricondurre le singole operazioni ivi transitate, se non giustificate, verso il contribuente?

La questione o, meglio, una di queste sta proprio nella scansione della fase temporale. Il punto 7) dell'art. 32 del dpr n. 600 del 1973 al pari dell'analoga previsione prevista in materia Iva, permette l'accesso presso gli intermediari finanziari se ci si munisce, previamente però, di una autorizzazione rilasciata dal direttore centrale dell'accertamento dell'Agenzia delle entrate o dal direttore regionale della stessa, ovvero, per il corpo della guardia di finanza, del comandante regionale. Si tratta quindi di un atto prodromico il quale dovrebbe già, al momento del suo inoltro, avere tutti i presupposti di gravità precisione e concordanza dei quali si è detto pena la sua illegittimità che rischierebbe di trascinare con sé l'intero procedimento accertativo.

Eppure, non tanto attorno alla natura dell'autorizzazione, bensì è in esito ai suoi presupposti che è necessario fare chiarezza. La circolare n. 32 del 2006 sul punto, in teoria, è precisa ed illuminante. Dice infatti l'Agenzia che l'autorizzazione «costituisce lo strumento giuridico di maggiore rilevanza, sia per la funzione di valutazione preventiva che di legittimazione all'esercizio in concreto della specifico potere». In altri termini, tale atto, nella sua forma ordinaria e anche a prescindere dalle novità successivamente introdotte in materia di riservatezza, «contempla in modo indefettibile il requisito essenziale dell'esplicitazione dei motivi sottostanti l'indagine, in ossequio al principio di trasparenza e di effettività della tutela giurisdizionale di ogni soggetto». Espressioni queste che necessitano però di essere riempite di contenuto. Se è vero che la ristretta base societaria ed il grado di parentela non possono, di per sé, rivestire quelle condizioni minimali appena citate, occorrono ben altri elementi fattuali esistenti a quel momento e non assumibili dopo. In buona sostanza, nel momento in cui l'autorizzazione previa viene ad assumere un ruolo così determinate non può essa stessa essere relegata a mero strumento-chiave con la quale andare a scovare gli altri elementi di merito che possano servire ad avallare la maggiore pretesa impositiva. L'atto di specie non lo si sana dopo: le presunzioni debbono dunque essere coeve ad esso.

Le indagini finanziarie rappresentano dunque una se non l'unica forza investigativa dirompente stante la sua conformazione normativa siccome interpretata dalla giurisprudenza di legittimità. Forse l'unico baluardo a difesa di un accertamento siffatto che a volte sconfina nella irrazionalità lo si potrebbe rinvenire nella sentenza della Corte costituzionale del 2005 la quale, pur salvando l'intero impianto, non ha mancato di ricordare come lo abbia fatto a condizione che con esso non si violi il precetto costituzionale della congrua capacità contributiva di cui all'art. 53 della Carta fondamentale.

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