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La revisione ai commercialisti

del 21/07/2010
di: La Redazione
La revisione ai commercialisti
Era prevedibile e scontato che l'emanazione del decreto legislativo 39/2010, concernente la revisione legale dei conti fosse per i soliti noti una ghiotta occasione per vagheggiare la nascita di una nuova professione, diversa da quella di dottore commercialista ed esperto contabile.

Si può anzi dire che era qualcosa che poteva addirittura avere un senso, ragionando in una logica di estremizzazione sindacale in cui ciascuno cerca di portare acqua al suo mulino anche a costo di prescindere dall'oggettiva evidenza dei fatti e delle norme.

Di fronte al rilancio delle tesi della nascita di una nuova e distinta professione, avanzate da associazioni come l'Inrl, (già Inrc), l'Ungdcec non ha ritenuto di dover alzare i toni, limitandosi a promuovere un importante momento di approfondimento sindacale e scientifico in occasione dell'ultimo convegno nazionale tenutosi a Riccione e dedicato al tema: «La revisione legale dei conti: attività o nuova professione?».

In quella sede abbiamo avuto modo di dimostrare che ci sono mille ragioni di carattere squisitamente giuridico e normativo, prima ancora che di buon senso e di evidenza empirica dei fatti, che consentono di affermare in modo inequivocabile che l'unica professione giuridico-economico-contabile riconosciuta in Italia è quella del dottore commercialista e dell'esperto contabile, tra le cui funzioni si annovera anche quella della revisione legale dei conti.

Quando, però, vengono attaccati la dignità e il rispetto che meritano le decine di migliaia di dottori commercialisti ed esperti contabili, giovani e meno giovani, che svolgono la funzione di revisori legali dei conti con l'elevata professionalità garantita dal loro percorso di studio universitario e di lavoro non si può continuare a mantenere un profilo esclusivamente tecnico.

Di fronte a posizioni che non si limitano più a essere semplicemente prive di fondamento (e quindi catalogabili nell'ambito della sterile dialettica sindacale consueta e prevedibile da parte di certi interlocutori), ma diventano un vero e proprio attacco alla professione e alla professionalità della categoria bisogna pensare al contrattacco, non solo alla difesa.

In molte occasioni, troppe per poter pensare ad uno scivolone o a un fraintendimento giornalistico, l'Inrl ha adombrato il fatto che non solo (e non tanto) la revisione legale rappresenta una professione autonoma e distinta rispetto a quella del commercialista, ma addirittura che tra le due sussisterebbe una conflittualità di fondo tale per cui si renderebbe necessaria una scelta: o si fa il commercialista o si fa il revisore legale. Siamo alla commedia dell'assurdo e fare eco a simili sciocchezze può finire per dare ad esse una dignità che non hanno, ma talvolta diventa necessario correre questo rischio pur di togliere la presunzione che taluni evidentemente hanno di poter dire tutto senza che nessuno sottolinei mai gli strafalcioni detti.

Tralasciando il fatto che stiamo parlando di un'associazione con un presidente a vita e che si è autodenominata «Istituto», ingenerando così non poche confusioni tra di essa e l'organo cui tutti i revisori sono effettivamente obbligati ad essere iscritti versando un contributo annuale che viene riversato per la maggior parte allo Stato, pena la cancellazione dal registro, quello che davvero è inconcepibile e inconsistente è la motivazione su cui viene giustificata la supposta incompatibilità.

Tale motivo risiederebbe nella natura sostanzialmente consulenziale del ruolo del commercialista – e quindi di parte – laddove invece il ruolo del revisore legale è quello di essere «terzo» rispetto al soggetto che gli affida l'incarico.

In altre parole, secondo il pregevole pensatore di questa teoria, il commercialista medio italiano sarebbe incapace di discernere quando il suo compito è quello di certificare la veridicità dei conti a tutela del pubblico interesse e quando invece sta assistendo un  cliente come suo consulente di parte, per cui non è nemmeno vero che sono soltanto due professioni differenti e autonome: sono addirittura incompatibili!

Tutti ricordino (e, se non lo ricordano, siamo qua apposta per rinfrescare loro la memoria) che, quando circolavano le bozze intermedie del dlgs 39/2010 e alcune di esse recavano un'inopportuna (e, non a caso, rimossa) elencazione delle attività tipiche che potevano essere svolte dal revisore legale, la stessa persona che oggi propugna l'incompatibilità esultava di fronte alla prospettiva dell'espressa previsione di poter svolgere altre attività come ad esempio la consulenza fiscale.

E come dimenticare i reiterati appelli promossi dal medesimo, in ordine alla necessità di estendere anche ai revisori legali il patrocinio in contenzioso tributario, ruolo di parte per eccellenza, come può esserlo soltanto un ruolo di difesa  di una parte nell'ambito di un processo?

Le poche migliaia di revisori legali non iscritti all'Albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili devono poter svolgere anche funzioni prettamente consulenziali, mentre gli oltre 110 mila dottori commercialisti ed esperti contabili italiani, per poter svolgere la funzione di revisore legale, devono rinunciare ad essere anche consulenti, perché altrimenti farebbero emergere un conflitto di ruoli che non sarebbero in grado di gestire con la loro capacità di giudizio e discernimento?

Di fronte a simili spettacoli di surreal-sindacalismo c'è veramente poco da aggiungere.

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