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Corruzione con effetto a cascata

del 17/07/2010
di: di Debora Alberici
Corruzione con effetto a cascata
L'accusa di corruzione ai vertici dell'azienda fa scattare la responsabilità amministrativa e penale dell'ente. Non si tratta di una responsabilità oggettiva ma è legata ai deficit organizzativi all'interno dell'impresa che hanno consentito le attività illecite.

È quanto sancito dalla Corte di cassazione che, con la sentenza n. 27735 di ieri, ha confermato la responsabilità penale e amministrativa nei confronti di un dirigente e della srl da lui diretta.

Le accuse per corruzione aggravata erano scattate nei confronti dell'uomo dopo che questo aveva promesso del denaro a un dirigente della Asl di Arezzo per favorire la sua impresa in una gara di appalto. In sostanza il vertice dell'ufficio legale aveva assicurato l'appoggio di questo nella gara.

Oltre alle responsabilità personali del vertice aziendale la Procura aveva rinviato a giudizio anche la società. Questa si era difesa sostenendo che l'ente non poteva rispondere per attività illecite poste in essere da un dirigente. Questa tesi è stata disattesa dai giudici di merito e non ha trovato neppure il favore del Collegio di legittimità che, nel respingere il ricorso dell'uomo e della società, ha fatto una precisazione importante sulla tanto discussa responsabilità penale e amministrativa della legge 231. In particolare i giudici hanno superato l'empasse della responsabilità oggettiva che non esiste nel diritto penale affermando che l'ente è direttamente responsabile delle attività illecite per un presunto deficit organizzativo. In sostanza la società non era organizzata in modo tale da prevenire illegalità da parte di vertici e dirigenti.

Secondo gli Ermellini dunque, «sussiste l'autonoma responsabilità amministrativa della società in caso di commissione, nel suo interesse o a suo vantaggio, del reato di corruzione aggravata da parte un soggetto che riveste una posizione apicale, sul presupposto che il fatto-reato è fatto della società, di cui essa deve rispondere». Conclusivamente, in forza del rapporto di immedesimazione organica con il suo dirigente apicale, l'ente risponde per fatto proprio, senza coinvolgere il principio costituzionale del divieto di responsabilità penale per fatto altrui (art. 27 Cost). Né si delinea un'ipotesi di responsabilità oggettiva, dovendo sussistere la c.d. «colpa di organizzazione» dell'ente, il non avere cioè predisposto un insieme di accorgimenti preventivi idonei a evitare la commissione di reati del tipo di quello realizzato; il riscontro di un tale deficit organizzativo consente una piana e agevole imputazione all'ente dell'illecito penale realizzato nel suo ambito operativo.

La Cassazione ha dunque confermato la responsabilità penale dell'ente e ha accolto il ricorso solo sulla misura della sanzione amministrativa inflitta alla società. Ciò perché la Corte d'appello di Trento non aveva adeguatamente motivato sul quantum. Anche la Procura generale di Piazza Cavour aveva chiesto che venissero confermate le responsabilità del dirigente e della società.

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