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Esenzioni anche ai cedenti che intestano fatture false

del 03/07/2010
di: di Franco Ricca
Esenzioni anche ai cedenti che intestano fatture false
Se l'operazione presenta tutti i requisiti della cessione intracomunitaria, il fisco non può pretendere l'Iva neppure nel caso in cui il cedente abbia adottato un comportamento fraudolento, come l'intestazione delle fatture a falsi acquirenti, per agevolare l'evasione dell'imposta nello stato membro di destinazione dei beni. Una simile condotta può essere punita con sanzioni adeguate, ma non può comportare il diniego dell'esenzione alla cessione intracomunitaria, perché ciò si risolverebbe nella violazione dei principi di neutralità e di territorialità dell'Iva, considerato che l'operazione è soggetta all'imposta nel paese di destinazione.

Queste le interessanti conclusioni depositate dall'avvocato generale della Corte di giustizia il 29 giugno 2010 nella causa C-285/09.

Le questioni pregiudiziali sono state sollevate per la definizione di un procedimento penale in Germania a carico di un imprenditore tedesco che effettuava cospicue vendite di autovetture nei confronti di imprese portoghesi e, allo scopo di favorire l'evasione dell'Iva in Portogallo, fatturava le vendite, anziché ai reali acquirenti, ad altri soggetti passivi, a volte consapevoli, altre volte ignari.

Poiché la sussistenza del reato di evasione fiscale, secondo la norma penale tedesca, dipende dall'esistenza o meno dell'obbligo d'imposta, nel corso del procedimento è sorto il dubbio se le predette vendite, oggettivamente configurabili come cessioni intracomunitarie, siano come tali esenti dall'Iva in Germania, in quanto soggette all'imposta in Portogallo, oppure se la mala fede del venditore faccia venire meno l'esenzione.

In proposito, l'avvocato ha espresso parere negativo, osservando che, da una parte, sussistono tutti i requisiti previsti dalla sesta direttiva per considerare esistente una cessione comunitaria esente da imposta nel paese di origine (ossia il trasferimento della proprietà, con passaggio dei beni da uno stato membro all'altro, nei confronti di un soggetto passivo); dall'altra, negando l'esenzione, il paese di origine riscuoterebbe un'Iva che non gli compete, in contrasto con i sopra richiamati principi informatori dell'imposta.

In particolare, osserva l'avvocato, il principio di neutralità fiscale risulterebbe inevitabilmente compromesso se la cessione venisse dichiarata imponibile in Germania, perché, diversamente che nel caso di vendite interne, nella fattispecie il venditore tedesco non potrebbe rivalersi dell'imposta sull'acquirente, che è soggetto passivo nel paese di destinazione delle merci. Pertanto, qualora si negasse l'esenzione in Germania e le autorità fiscali portoghesi riuscissero a riscuotere l'Iva nel loro paese, si determinerebbe una duplicazione d'imposta, anch'essa contraria al principio di neutralità fiscale. Non sarebbe un rimedio adeguato prevedere che, in tale eventualità, il fisco tedesco restituisca l'imposta riscossa, perché in tal modo la duplicazione non sarebbe evitata, ma corretta in un momento successivo, con un meccanismo non idoneo a salvaguardare il principio di neutralità.

Ancora più evidente, secondo l'avvocato, sarebbe la violazione del principio di territorialità, che affida la riscossione dell'Iva al paese nel quale si realizza il consumo. Infatti, rifiutando l'esenzione, la Germania si troverebbe a riscuotere un'imposta senza avere alcun credito fiscale, perché il regime transitorio sugli scambi intracomunitari si basa sulla regola per cui la riscossione del tributo spetta al paese di destinazione dei beni. L'obiettivo di punire la frode del venditore, quindi, deve essere raggiunto con adeguate previsioni normative sanzionatorie, senza compromettere invece il principio di territorialità dell'Iva.

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