In salvo i 40 anni di contributi. Si è trattato di un refuso, ha detto il governo, perciò la misura che prevede il continuo innalzamento dei requisiti per l'accesso alla pensione non toccherà il requisito unico contributivo (cioè i 40 anni di lavoro) che consente di andare in pensione a prescindere dall'età. Ma la misura, strutturale, resta in piedi e anzi, nella nuova versione indicata dal nuovo emendamento del relatore Azzollini, prevede un anticipo sulla tabella di marcia.
La misura dà attuazione all'adeguamento periodico dei requisiti per la pensione alla speranza di vita prevista dalla manovra dello scorso anno (il dl n. 78/2009). La prima novità è che non c'è più lo spostamento in avanti di un anno della sua entrata in vigore, come in un primo momento previsto, e pertanto il primo adeguamento scatterà il 1° gennaio 2015. L'anno successivo, dal 1° gennaio 2016, ne seguirà subito un altro.
L'adeguamento riguarderà tutti i requisiti d'età per la pensione: vecchiaia, anzianità, settore privato, pubblico impiego e assegno sociale. Riguarderà dunque pure le «quote» per l'anzianità che dal 2013 sono fissate a 97 (con età minima a 61 anni) per i lavoratori dipendenti e a 98 (con età minima a 62 anni) per i lavoratori autonomi.
Variazioni triennali e non quinquennale. L'adeguamento dei requisiti di pensione verrà fatto a cadenza triennale, salvo i primi due (quindi a regime dal 2016; poi il 2019, il 2022 e via dicendo). E verrà fatto in relazione alla variazione della speranza di vita degli italiani all'età di 65 anni. Diversamente da quanto previsto dalla norma originaria (dl n. 78/2009), la determinazione della speranza di vita viene affidata esclusivamente all'Istat (è scomparsa la validazione Eurostat) che dovrà calcolarla con riferimento al triennio precedente (e non più al quinquennio precedente). Se dovesse risultare che gli italiani vivono di più bisognerà anche lavorare di più prima di andare in pensione. Un di più esattamente pari all'aumento della speranza di vita. Resta confermato che, in sede di primo aggiornamento (1° gennaio 2015), la maggiorazione dei requisiti non potrà superare i 3 mesi, come pure che, se dovesse risultare una diminuzione della speranza di vita, non verrà fatto alcun aggiornamento.
I calcoli, dunque, sono affidati all'Istat. A tal fine e a partire dall'anno 2013, l'istituto di statistica dovrà renderà disponibile, entro il 30 giugno di ogni anno, il dato sulla variazione della speranza di vita verificatasi nel triennio precedente. Quando la variazione sia espressa in decimali, per avere il risultato in mesi (che misura l'aumento da applicare al requisito per la pensione), questo decimale andrà moltiplicato per 12 e il risultato arrotondato all'unità.
Per consentire il secondo adeguamento (anno 2016) è previsto che l'Istat renda disponibile, entro il 30 giugno 2014, il dato relativo alla variazione dell'anno precedente (2013) della speranza di vita. Praticamente, però, le date non tornano. Il primo adeguamento (anno 2015), infatti, riguarderà la variazione della speranza di vita sul triennio 2012/2014 (questo è il triennio precedente); il secondo adeguamento, allora, dovrebbe riguardare un anno soltanto e precisamente l'anno 2015, cosicché il terzo adeguamento, nel 2019, riguarderà il triennio 2016/2018 e poi ad andare avanti. Ciò che non torna è il fatto che l'Istat debba rendere noto, entro il 30 giugno 2014, la variazione dell'anno 2013 che, agli effetti pratici, non sembra occorra ad alcun adeguamento, né tantomeno a quello dell'anno 2016 (peraltro, il 2013 è un anno già compreso nel primo triennio di adeguamento).
Quadrano i conti. Ma non dei pensionati. La riforma, a carattere strutturale, sembra rispondere all'allarme di una previdenza pubblica vicina al collasso lanciato dalla relazione della commissione bicamerale sui bilanci degli enti previdenziali (anni 2004/2006 e previsione 2007). La commissione, infatti, ha evidenziato che nel giro di pochi anni sarebbe risultato insufficiente il trasferimento di risorse dello stato (che già copre un terzo della spesa previdenziale), per colpa della crisi e per il forte aumento dei pensionati previsto a partire dal 2020. L'Inps per esempio. I conti sembrano in buono stato, ma è un benessere non duraturo perché dovuto alla crescita del pil e dell'occupazione (che la crisi ha fortemente minato), all'aumento delle aliquote contributive (specie della gestione separata) e al trasloco del tfr dei lavoratori delle aziende con più di 49 dipendenti: eventi del passato, che non si ripeteranno nel prossimo futuro. La riforma, dunque, mira a risolvere la tenuta del sistema pensionistico. Con uno sguardo, però, strabico: guarda a come far rientrare i conti della spesa pensionistica nei parametri del bilancio pubblico, ma si preoccupa di meno che questi conti quadrino anche con un adeguato livello di tutela da garantire ai cittadini, oggi lavoratori e domani pensionati (si veda tabella in alto).
