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Verso la deregulation totale in materia di commercio

del 23/06/2010
di: Giuseppe Dell'Aquila
Verso la deregulation totale in materia di commercio
Verso la deregulation totale nel commercio. L'ipotesi di riforma dell'art. 41 della Costituzione e, ancor di più, la proposta di modifica dell'art. 118, mosse da dichiarati scopi di «sburocratizzazione» e liberazione dalle «meccaniche autoritarie delle libertà concesse, patentate, autorizzate, vigilate» (così la relazione di accompagno al ddl), innescano altri effetti: minor considerazione delle tutele ambientali, minor ricorso ai principi dell'urbanistica commerciale, scomparsa del commercio «di prossimità». L'intervento «integrativo-correttivo» dell'art. 41 della Costituzione mira a promuovere il valore della responsabilità personale in materia di attività economica non finanziaria. Vale a dire, l'autoregolazione, che è un concetto positivo quando non comporta che l'iniziativa economica vada a impattare contro interessi finora ritenuti di rango più elevato, come sicurezza, salute pubblica, tutela dell'ambiente, dei beni storici, archeologici, culturali, «qualità della vita». Il comma successivo, poi, completa il quadro: controlli consentiti alle amministrazioni competenti solo «ex post», quando, cioè, il danno potrebbe essersi realizzato e, con tutta probabilità, è irreparabile. Trent'anni di lavoro ha impiegato il legislatore per superare gli intoppi della prima legislazione di rilievo in materia di commercio (legge-quadro n. 426/71). Nel 1998 Bersani, con il dlgs n. 114, provvedeva ad una riforma che ha portato benefici, perseguendo la concorrenza, la libertà di impresa, la tutela del consumatore, l'efficienza della rete distributiva, il pluralismo e l'equilibrio tra le diverse tipologie di attività, con il riconoscimento del ruolo delle pmi, la salvaguardia del servizio commerciale nelle aree urbane, rurali, montane, insulari. Con una seconda tornata di interventi, lo stato nel 2006 «apriva» maggiormente i mercati. Era poi la volta della Direttiva servizi a togliere ogni dubbio sul fatto che l'accesso ad un'attività non può essere subordinato all'applicazione caso per caso di una verifica, che subordini il rilascio del titolo autorizzatorio alla prova dell'esistenza di un bisogno economico o di una domanda di mercato (art. 11 del dlgs n. 59/2010). Tutto ciò non è bastato: il lungo processo che ha condotto al necessario contemperamento della libera iniziativa privata con gli interessi pubblici è stato, a quanto sembra, vano. Stato, regioni, province e comuni devono adeguare (in sei mesi) la propria normativa urbanistica in modo che le restrizioni del diritto all'iniziativa economica siano limitate «allo stretto necessario». E, sempre gli stessi enti, devono provvedere entro tre mesi alla pubblicazione dell'elenco dei casi che «escono» dal campo di applicazione del comma 2 dell'articolo unico del ddl costituzionale, quello che istituisce la «segnalazione di inizio attività» in tutti i casi in cui la stessa sia «ragionevolmente» applicabile. Ciò per salvaguardare la buona fede di chi ha intrapreso un'attività economica e sociale, senza tener conto che per aprire un ipermercato servivano aree a destinazione conforme e parcheggi, aree a verde, progettazione dei flussi di traffico, adeguati snodi viari ecc.

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