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Una rivoluzione per la transazione fiscale

del 17/06/2010
di: Daniela Savi componente della Commissione Diritto Fallimentare UNGDCEC
Una rivoluzione per la transazione fiscale
Il D.L. 78/2010, approdato in Gazzetta il 31 maggio scorso, se convertito in legge, modificherà profondamente la disciplina della procedura di transazione fiscale, prevista per le aziende in crisi, ai sensi dell'art. 182 ter R.D. 16 marzo 1942, n. 267 (Legge Fallimentare).

Con la prima modifica, contenuta nel 2° comma dell'art. 29 del D.L. 78/2010, il legislatore ha esteso il trattamento privilegiato, già previsto per Iva e contributi e costituito dal pagamento integrale in linea capitale, ai debiti per ritenute fiscali operate nei confronti di percipienti e non versate dall'impresa, in qualità di sostituto d'imposta.

L'intervento, quindi, riduce sensibilmente le categorie di tributi per le quali può essere ammessa la falcidia del debito in linea capitale, ai sensi dell'art. 182 ter, limitandone sostanzialmente l'applicabilità ai tributi diretti e agli oneri accessori (sanzioni e interessi) sia fiscali che previdenziali, sempre nel rispetto, per questi ultimi, delle limitazioni contenute dal D.M. 4 agosto 2009.

Inoltre, con riguardo alle modalità di presentazione della proposta di transazione nell'ambito degli accordi di ristrutturazione ex art. 182 bis L.F., è ora espressamente previsto il deposito di una dichiarazione sostitutiva di atto notorio, resa dal debitore o dal suo legale rappresentante che confermi che la documentazione «rappresenta fedelmente ed integralmente la situazione dell'impresa, con particolare riguardo alle poste attive del patrimonio».

Il legislatore è intervenuto, peraltro, nella disciplina delle cause di risoluzione della transazione fiscale (e previdenziale), nell'ambito degli accordi di ristrutturazione, e, precisamente, nel caso in cui il debitore non esegua integralmente, entro 90 giorni dalle scadenze previste, i pagamenti proposti alle Agenzie fiscali e agli altri Enti.

La vera rivoluzione riguarda però l'aggiornamento dell'art. 11 del d.lgs. del 10 marzo 2000, n. 74, contenuta nel citato art. 29 del D.L. 78/2010 al 3° comma: sono state, infatti, previste gravi responsabilità penali a carico di coloro che, nell'ambito delle transazioni fiscali, al fine di ottenere per sé o per altri un pagamento parziale dei tributi e relativi accessori, indichino elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo o elementi passivi fittizi per un ammontare complessivo superiore ad euro 50 mila.

Sebbene lo spirito della norma sia comprensibilmente quello di limitare gli abusi, la formulazione del nuovo articolo prevede gravi responsabilità non solo per gli amministratori delle aziende che presentano piani concordatari o accordi di ristrutturazione con transazione fiscale, ma anche per i professionisti che attestano la fattibilità del piano, ai sensi dell'art. 161 L.F., o che attestano la convenienza della proposta concordataria rispetto alla soluzione liquidatoria, ai sensi dell'art. 160 2° comma L.F..

Non sfugge, infatti, l'estensione della responsabilità di cui al citato art.11 a coloro che, tramite il proprio operato, consentono ad altri (impresa in crisi) di ottenere il pagamento parziale di tributi, in tutti i casi in cui l'attivo risulti «volutamente», si aggiunge, sottostimato o il passivo sia sovrastimato anche per importi contenuti, al fine di ottenere l'accoglimento della transazione.

Il confine tra dolo, negligenza o eccessiva scrupolosità e prudenza può diventare sottile e determinare situazioni difficili per il professionista incaricato, il cui lavoro, specie nel concordato preventivo, deve essere necessariamente improntato al principio di prudenza, secondo criteri di liquidazione diametralmente opposti a quelli richiamati dall'art. 11 citato.

Al di là delle legittime aspettative di una migliore regolamentazione dell'istituto della transazione fiscale e previdenziale, tanto atteso dalle imprese in crisi, i continui stravolgimenti del legislatore o, peggio ancora, le circolari varie emanate dagli stessi Enti, stanno portando l'istituto stesso ad un ibrido contenente aperte violazioni alla par condicio creditorum.

Se è vero, infatti, che la transazione non può e non deve essere considerata un beneficio per coloro che hanno disatteso pagamenti nei confronti dell'Erario e/o degli Enti previdenziali, la ratio ispiratrice non può essere altro che una proiezione dell'impresa debitrice con quello che è il patrimonio aggredibile, nell'alveo dell'esecuzione collettiva rappresentata dal fallimento.

In altri termini, rendere la transazione fiscale estremamente difficoltosa o, comunque, quasi impossibile, comporterà un conseguente aumento delle procedure fallimentari con un risultato diametralmente opposto a quello fissato dal Legislatore della Riforma.

L'auspicio, come al solito, sarà quello di continui interventi della Giurisprudenza di legittimità, tesi a un adattamento della novella con i principi generali del diritto.

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